Promessa a Dio dalla nascita e (forse) in grado di comunicare con Cristo tramite visioni che le consentono proto miracoli, Benedetta (nomen omen) Carlini, figlia di ricchi toscani del XVII secolo, varca da bambina la soglia del convento di Pescia e in età adulta entra in contatto (carnale) con la popolana Bartolomea, ivi rifugiatasi per sfuggire alla violenza more uxorio di padre e fratelli. Grazie a lei scopre la propria sessualità durante un percorso parallelo e volontario di ascesa propiziato da sempre più frequenti e violente epifanie. Riuscirà a farsi nominare badessa; ma finirà processata per blasfemia ed eresia (con l’accusa di aver simulato miracoli e fornicato contro natura) da un nunzio pontificio che porterà la temuta peste nella comunità.
Resistere alle tentazioni non è solo prerogativa dei santi: sottrarsi alla (facile) idea che questo sia un film-summa verhoeveniano è infatti impossibile. Se l’idea di mondo del regista pone da sempre la determinazione femminile al centro di una visione la cui architrave è il sesso come strumento per separare (o fondere) verità e menzogna, ecco che in Benedetta precipitano Fiore di carne, Kitty Tippel... quelle notti passate sulla strada, Il quarto uomo; e si completano per superfetazione e gemellaggio Showgirls, Elle e naturalmente Basic Instinct. Certo, a Verhoeven interessa mostrare anche il conflitto tra la fede “intima” e quella forse fasulla del potere clericale; nonché esporre il pregiudizio sessuofobico e di genere per agevolare una lettura sociologica à la page.
Ma quello che più gli importa è riflettere una volta ancora sulla fede nelle immagini e sulla necessità delle icone, in uno scenario iperrealista (e perciò intimamente falso e sottilmente beffardo) che ingloba in un unicum post-visionario tutti i luoghi del suo cinema, dal Medioevo di L’amore e il sangue alla Las Vegas delle lapdancer. Benedetta è infatti una showgirl mossa da un istinto di base (come il suo doppio: Catherine Tramell) che presume la messinscena e la mendacia come fondamenti dell’agire per sopravvivere; ma è anche, per un effetto di un transfert evidente, una regista che manipola il reale per porre in metafora la stessa urgenza che in fondo il cinema ha col pubblico, per costruire un reale alternativo eppure non meno necessario.
Verhoeven agisce come sempre in forma lucidamente popolare: trasformando un saggio storico (Atti impuri di Judith C. Brown) in una fiction con le stimmate (eh) narrative del feuilleton, dislocando materiali bassi (il Cristo decapitatore, la già celebre madonnina di legno con valore d’uso di dildo, i serpenti digitali tentatori: con Ken Russell - e Germaine Dulac? E Jodorowsky? - dietro l’angolo) in una struttura paradossalmente “classica”, a partire dalle iper perfomance delle sue attrici (Efira, Rampling, Patakia: perfette e complici). E fa di Benedetta non tanto un film-scandalo (ché questa è l’epoca in cui lo scandalo non è più la presunta scomodità del presente ma l’indubbia rimozione del passato) quanto un film-missorium: ossia una teofania simbolica che (non) nasconde un manifesto politico.
Il film
Benedetta
Biografico - Francia, Olanda 2021 - durata 126’
Titolo originale: Benedetta
Regia: Paul Verhoeven
Con Virginie Efira, Daphne Patakia, Charlotte Rampling, Lambert Wilson, Olivier Rabourdin, Clotilde Courau
Al cinema: Uscita in Italia il 02/03/2023
in streaming: su Apple TV Google Play Movies Rakuten TV Timvision Infinity+
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