Il cinema è l'unica forma d'arte che, proprio perché operante all'interno del concetto e dimensione di tempo, è in grado di riprodurre l'effettiva consistenza del tempo, l'essenza della realtà, fissandolo e conservandolo per sempre.
(Scolpire il tempo - 1986 - Andrej Tarkovskij)
Volume fondamentale della teoria cinematografica moderna, l'opera letteraria del maestro russo Andrej Tarkovskij, edito in Italia da Ubulibri nel lontano 1988, è ormai da anni scandalosamente fuori catalogo, e risulta praticamente introvabile se non negli scaffali di qualche biblioteca a suo tempo particolarmente lungimirante.
Summa della sofferta riflessione estetica dell'autore, maturata fra il 1970 e il 1986 (anno della sua morte) in stretto connubio con le proprie vicende personali (poi confluite più ampiamente nei diari pubblicati con il titolo di "Martirologio" - Firenze, Edizioni della Meridiana - 2002), il libro si configura come una lucidissima ed appassionata dichiarazione/analisi sulle enormi potenzialità dell'arte (in special modo quella cinematografica, ma non solo), in cui l'elemento "Tempo" diviene il fulcro centrale di una concezione poetico-filosofica tra le più straordinarie ed originali di tutto il novecento (concretizzatasi sullo schermo in alcuni indimenticabili capolavori quali Andrej Rublev, Solaris e Stalker), capace di emanare la sua influenza fino a giorni nostri nelle opere di grandi autori contemporanei quali Sokurov in primis, Tarr, e Von Trier.
L'arte è, nella propria essenza, qualcosa di quasi religioso: una sacra coscienza di un elevato dovere spirituale. L'arte priva di spiritualità reca in se stessa la propria tragedia. Persino la constatazione della mancanza di spiritualità del tempo in cui vive richiede all'artista la più alta e determinata elevatezza spirituale.
L'artista autentico è sempre al servizio dell'immortalità, si sforza di rendere immortale il mondo e l'uomo in questo mondo. L'artista che non tenta di scoprire la verità assoluta, che trascura le finalità globali per quelle particolari, è soltanto una prostituta».
Il testo è suddiviso in capitoli riguardanti ciascuno dei film tarkovskiani, e fra i tanti vividi pensieri alcuni, profondissimi, sono dedicati all'esegesi della poesia giapponese Haiku, sua peculiare fonte d'ispirazione:
Un vecchio stagno.
Una rana è saltata nell’acqua.
Uno sciacquio nel silenzio.
La celebre poesia Haiku composta da Matsuo Basho (1644-1694) e variamente tradotta (viste le enormi difficoltà di comparazione fra i due alfabeti), è lo spunto per definire principi illuminanti sulla funzione del tempo in rapporto all'immagine:
"Questi versi sono stupendi per l’irripetibilità dell’istante afferrato e fermato che cade dall’eternità."
"(…) Essi non si limitavano ad osservarla, ma senza agitazione e senza inquietudine ne ricercavano l’eterno significato. Quanto più esatta è l’osservazione tanto più essa è unica. E quanto più essa è unica, tanto è più vicina all’immagine"
"Chi legge una poesia haiku deve dissolversi in essa come ci si dissolve nella natura, sprofondarsi in essa, perdersi nelle sue profondità come nel cosmo dove non esistono né alto né basso."
L'auspicio è che finalmente si provveda alla riedizione italiana di uno dei saggi di basilare importanza per la settima arte, rimasto troppo a lungo in un oblio incomprensibile (se si escludono le solite, implacabili, ragioni economiche).
Sito italiano dedicato a Tarkovskij
http://www.unipa.it/~estetica/download/Scarlato.pdf
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