Regia di Clint Eastwood vedi scheda film
Già dagli anni ’70 il western affrontava tutti gli elementi di declino del genere. Forse questo termine è improprio, ma dopo aver celebrato l’epopea della Conquista del West con i capolavori di Ford, Hawks, Mann, Daves, Hathaway, Ray e tanti altri, il western si trovò a fare i conti con dei grandissimi cambiamenti che ne ridimensionarono l’afflato. Con Peckinpah, Leone, Penn, Siegel e lo stesso Eastwood, vollero, fare i conti con una realtà ben meno poetica e con figure drammaticamente più sfaccettate: addio ai bianchi buoni e ai pellerossa cattivi, addio alle giovani ragazze dall’aspetto verginale ed ai cowboys timidoni ed impacciati con l’altro sesso, addio anche ai pistoleri con un elevatissimo codice etico; e ben arrivati a scenari di violenza, di brutalità, di razzismo che viene apertamente denunciato senza i filtri e che ancor più spesso non trova più i suoi eroi. Alla stessa stregua, mutano drasticamente i parametri del contesto western: ad esempio le città non sono più il luogo di rifugio e di creazione della civiltà, che si sposa con la creazione stessa della comunità, al contrario sono un coacervo sempre più disumano e rapace di uomini ben lontani da qualunque codice morale. Sempre per essere coerenti, dare il merito di tutte queste iniziative esclusivamente ai registi della new hollywood è in parte eccessivo: già i grandi registi prima citati non avevano dispensato critiche ai canoni più tradizionali del genere: Ford già con Il massacro di Fort Apache e soprattutto con Il grande sentiero evidenziò i soprusi nei confronti dei nativi, Mann elaborò personaggi dal passato ben poco limpido e arricchiti dalla fragilità di rischiare di rientrare nel vortice della violenza e della delinquenza come i protagonisti di Là dove scende il fiume e Dove la terra scotta, Ray con l’emblematico Johnny Guitar ritrasse una comunità violenta e razzista. Arrivando dunque agli anni ’90, che si sono aperti con la pioggia di Oscar per Balla coi lupi di Kostner, legato ad una malinconica revisione del mondo dei pellerossa, l’altro titolo che ha in qualche modo più rappresentato un’ulteriore pagina di rinnovamento del genere è proprio Gli spietati. Chi, come il sottoscritto alla prima visione, si aspettava un riepilogo anche dei canoni più appassionanti del genere, rimarrà ben deluso. Si può dire che Eastwood anzi cerchi, sequenza per sequenza di creare dei personaggi che vadano a sgretolare il mito. Partendo già dal casus belli, diciamo che la vicenda non si sviluppa attorno ad un’impresa propriamente eroica: non abbiamo pascoli da restituire a prodi agricoltori, non abbiamo cittadine da ripulire da delinquenti, non c’è nemmeno una posse dedicata a catturare qualche pericoloso fuorilegge. Al contrario tutto nasce da un episodio tra lo scabroso e il meschino: un cowboy che sfregia una prostituta dopo che questa lo ha deriso nel vederlo nudo. Già questo contesto sordido, accompagnato da un’applicazione della legge che vede danneggiato solo il bordello per cui la ragazza lavora e non la persona (verrà risarcito solo il proprietario del casino con dei cavalli), mostrano una faccia del west tremendamente cinica, attraverso il personaggio del brutale sceriffo Little Bill interpretato dal maestoso Gene Hackman. Eastwood non si accontenta di questo, tutti i personaggi, il proprio compreso sono un misto di brutalità (presente o passata) o comunque di antieroismo: Will Munny è infatti un ex bandito che ha tentato la via della redenzione grazie alla propria moglie ormai defunta. Padre di due bambini piccoli e con una fattoria in declino da gestire, Munny viene tentato, attraverso il giovane entusiasta Schoefield Kid, di ottenere la ricompensa che le altre ragazze del bordello hanno messo sulla testa dei cowboys colpevoli dello sfregio affinchè dei killer li uccidano. La stessa parabola di Will è stata seguita dal suo vecchio sodale di colore Ned Logan. Questo trio terribilmente scalcagnato (Will è talmente fuori esercizio con le armi da dover ricorrere a una doppietta a pallettoni per centrare un bersaglio, Schoefield è ipovedente, Ned, si scoprirà, non ha più lo stomaco di seminare morte) si imbarcano controvoglia ma bisognosi di denaro in questa missione. A questi personaggi appunto male in arnese, Eastwood riesce ad aggiungere altre caratterizzazioni che ulteriormente svuotano il mito del west: il pistolero Bob l’inglese, elegante e borioso, che viene brutalmente picchiato da Little Bill il quale lo umilia ulteriormente ridimensionando e deridendo le sue supposte abillità di famoso ammazzasette; o il viscido “biografo” Beauchamp (che mi ha ricordato il meschino personaggio del giornalista Dobkins, ne Il pistolero, anch’egli perfetto ruffiano, bramoso di poter narrare ed arricchire vicende legate a famosi personaggi del west solo a scopi editoriali). Se questa operazione di smitizzazione di ogni personaggio rende alla perfezione, bisogna ammettere che il ritmo e la tenuta dello spettatore ne risentono parecchio: tanti dialoghi appaiono un po’ ripetitivi, l’indole malinconica di tutta la vicenda sembra spegnere anche la tensione narrativa ove i duetti tra Eastwood e Freeman sembrano ricordare alcuni dialoghi sui tempi passati dei protagonisti di Sfida nell’alta sierra. Le sequenze migliori sono principalmente lasciate a Gene Hackman che con il suo personaggio brutale riesce ad infondere una forza sorprendente, così come il cameo di Richard Harris lascia il segno. Lascia più perplessi la pioggia di elogi di un film che tutto sommato non è riuscito a trasmettere chissà quali nuove emozioni o chiavi di lettura. Interessante che il titolo originale The Unforgiven ossia “non perdonati” possa far riferimento agli autori dello sfregio alla ragazza quanto ai protagonisti non redenti dal proprio passato di violenza.
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