Regia di King Vidor vedi scheda film
The Crowd di Vidor è un grande affresco sulla modernità e su una società, quella americana (o meglio occidentale), che esalta l'individualismo e che contemporaneamente porta all'atomizzazione. La potenza dell'opera e la sua visionarietà (grandi i movimenti di macchina, mai così libera e mobile nel cinema americano muto) lo collocano in una trilogia ideale sulla metropoli che comprende Metropolis (1926) di Lang e L'Uomo con La Macchina da Presa (1929) di Vertov. Tre sguardi diversissimi e illuminanti (più cupo e sfiduciato quello di Lang, viceversa fiducioso nel progresso e nella macchina quello di Vertov) che hanno segnato il passaggio tra il cinema degli anni venti e quello dei trenta, ispirando anche grandi autori di molto successivi. Ed infatti The Crowd non può non ricordare (per le situazioni ma anche per l'ironia acidognola) The Apartment di Billy Wilder, altro capolavoro che mette alla berlina l'arrivismo occidentale (citando alla lettera fra l'altro il movimento di macchina iniziale, con la mdp che sale i piani del grattacielo, entra in una finestra e va a cogliere, tra migliaia di persone tutte uguali, il nostro protagonista). Il finale, tecnicamente speculare all'inizio (con un movimento all'indietro e l'inclusione, in un teatro vaudeville, del protagonista nella società), in cui la famiglia (o ciò che ne rimane) si ricompone, non smentisce comunque la cattiveria del film, che si dimostra anche in grado di commuovere. Vi è inoltre un'esaltazione del cinema come elemento unificatore all'interno della società, come "opera d'arte totale" (molto wagnerianamente) a cui tutti sono tenuti a partecipare senza distinzioni di sorta, come nel teatro greco.
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