Regia di Federico Fellini vedi scheda film
Il circo è la forma di spettacolo più pura e perfetta, che è, allo stesso tempo, dentro e fuori la realtà. Ciò che avviene sulla pista di sabbia non può essere commentato, perché, da un lato, parla il linguaggio semplice ed universale della fantasia, dall’altro si sottrae, con la sua straordinaria visionarietà, ad ogni spiegazione razionale. Nell’immaginazione di Fellini la figura del clown è trasversale alla memoria, all’arte, alla storia, ed egli stesso, in questa docufiction, lo testimonia in prima persona, alternandosi nel ruolo di narratore, di regista e di intervistatore. Universale e contraddittoria è anche la figura del pagliaccio, che riassume, nel suo buffo incedere e nella sua incapacità di allinearsi ai canoni del mondo, la gioia più spensierata e la più irrimediabile tristezza; è una provocazione irriverente ed autolesionista che, mentre si fa beffe del mondo, si copre assurdamente di ridicolo. Con la sua verve impacciata e, a tratti, persino un po’ mostruosa, incarna la contestazione ingenua e perdente che i capricci infantili rivolgono contro il mondo degli adulti. Si può piangere a dirotto, ridere fragorosamente, battere i piedi e perfino schiamazzare, ma la vita rimane comunque sempre uguale, con le sue amare leggi che reprimono l’estro della ribellione, ossia il gonfiarsi delle idee, che sono destinate a scoppiare come palloncini. Tutto finisce in un finto scivolone, una finta bastonata, un finto funerale, ma vera è, purtroppo, la fine dello show, che incarta i festoni dell’allegria e ramazza i coriandoli delle illusioni, sapendo che, oltre il tendone, il tempo scorre cancellando le mode, le glorie e le stesse vite. Il declino incombe anche sul divertimento, su quel gusto che è anche un po’ una fede nel potere taumaturgico dell’inverosimile: il pubblico ama andare in estasi, però, con gli anni, cambia il tipo di miracolo in cui gli piace credere. Così anche i clown invecchiano e poi muoiono, come le persone; questi personaggi inventati da Grock, Loriot, Bario, interpreti di una favola in carne, ossa e lustrini, sono inesorabilmente legati al loro tempo. Il loro sogno, lungo quanto un’esistenza umana, percorre la parabola del cielo e poi tramonta. L’appassionata forza della nostalgia può farlo rivivere sul set, ma ormai è il secco scatto di un ciak, e non più il caloroso scroscio di un applauso, a segnare l’inizio e il termine di quella splendida, e umanissima, magia.
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