Regia di César Acevedo vedi scheda film
I quattro minuti che aprono Un mondo fragile sono un manifesto d’intenti, un bignami di un esordio da festival. Esaminiamoli. In uno scenario desolante della Colombia più arretrata, un anziano contadino entra in campo attraverso un lungo pianosequenza. Lo vediamo avvicinarsi sempre più nitidamente alla distesa di canne da zucchero, unico elemento dominante dello scenario. Improvvisamente una tempesta di polvere, sollevata dal passaggio di un’auto, lo investe. Stacco. Dentro l’abitazione lo attendono: un nipote che non ha mai visto, una donna che l’ha ripudiato, un figlio malato e una nuora in lacrime per le condizioni del marito, costretto a vivere a letto da una malattia polmonare che richiederebbe cure mediche. Ma la famiglia è povera e le due donne sono mal pagate e sfruttate dai latifondisti della canna da zucchero. I silenzi prolungati, l’estetica osservante e rigorosa, i volti segnati dalla vita e questa coltre d’immobilismo (simbolico quanto ostentato) costituiscono l’ossatura di un’opera rurale dove si cerca Béla Tarr, ma si trova solo la maniera. Non manca sicuramente a César Augusto Acevedo uno sguardo calibrato e convinto e qualche momento ispirato, specie nel ritratto delle tensioni domestiche, ma il suo film è incapace di affrancarsi dagli stereotipi più pedanti del cinema autoriale e terzomondista. Ovviamente ha fatto incetta di premi a Cannes 2015, tra cui la Caméra d’or per la migliore opera prima.
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