Regia di Giovanni Cioni vedi scheda film
Filmare l’orrore, ragionare sull’orrore, immaginare l’orrore sono problematiche che hanno affascinato, coinvolto, tormentato l’intero cinema storico o memorialistico che è venuto dopo la seconda guerra mondiale. Le soluzioni, se così possiamo chiamarle, quando sono riuscite a schivare la pur funzionale retorica o la pur indispensabile didattica, hanno spesso raggiunto un prezioso equilibrio tra istanze degli autori ed emozioni degli spettatori. Più che raccontare una storia, Dal ritorno si fa contenitore di un racconto fondato sull’oralità: quello del fiorentino Silvano Lippi, già soldato in Grecia che, contrario alla Rsi, venne condotto a Mauthausen, ove è costretto a prestare servizio presso i forni crematori. Dopo aver taciuto per sessant’anni, torna a parlare con l’obiettivo leviano del “considerare che questo è stato”, combattendo coi fantasmi di un passato ovviamente devastante e convivendo con la vita che tuttavia deve continuare.
Dominato dalla testimonianza di questo novantenne desideroso di parlare nonostante la precaria salute, il film ha una funzione sostanzialmente formativa e civile: Giovanni Cioni si fa veicolo di un’autobiografia altrui che trova una sua ragione d’esistere nelle fragilità e nei tormenti del testimone spesso in lacrime per l’insopportabilità del dolore. Intervallato da alcuni filmini vacanzieri e familiari che ricordano l’avventura umana del vivere dopo la morte dell’umanità e chiuso col regista in visita al campo (sarebbe dovuto andare con Lippi, troppo malato per partire: l’uomo è morto nel settembre 2014), ha una struttura forse carente di reali guizzi narrativi al di là della potenza del protagonista.
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