Regia di Martin Scorsese vedi scheda film
Quello che manca è il silenzio.
Nel XVII secolo due gesuiti portoghesi, padre Rodrigues e padre Garupe, si recano in Giappone alla ricerca del loro mentore, padre Ferreira dato per morto, partito con altri padri per evangelizzare la terra del Sol Levante. Sotto lo shogun Tokugawa, i due padri si renderanno conto delle terribili persecuzioni inflitte ai cristiani giapponesi convertiti e ai gesuiti portatori del vangelo. Verrà anche reso noto alla storia il ruolo dei preti apostati, preti cristiani forzatamente convertiti al buddismo impiegati dallo shogun per distruggere qualsiasi icona cristiana così da sradicarne definitivamente il culto.
Il film di Martin Scorsese è tratto dal famoso romanzo Silenzio, di Shûsaku Endô edito nel 1966 e ambientato nell’era “Kakase Kirishitan” (cristiani nascosti), nel quale si esamina il mistero della spiritualità e della religione nonostante il silenzio di Dio al cospetto dell’umana sofferenza.
Il tema della religione è sempre stato importante nella filmografia di Scorsese: per lui italoamericano nato in una famiglia profondamente cattolica, è il dogma che impasta i personaggi nell’ambiente nel quale agiscono, ne condiziona le azioni e nei frequenti tradimenti dei suoi precetti dà luogo al quel processo di autoassoluzione che rappresenta l’intimo conflitto, lancinante, dell’animo umano.
Mai come in Silence però il tema religioso è stato così centrale, oggetto della storia stessa verso il quale gli avvenimenti rappresentano solo il mezzo per sondarne il mistero. Tema importante che pesa come un macigno sulla riuscita dell’opera, impeccabile dal punto di vista tecnico e ci mancherebbe visto la collaborazione tra gli altri di Rodrigo Prieto per la fotografia e i costumi di Dante Ferretti. Scorsese in Silence perde l’equilibrio del racconto e si dimentica dell’unica cosa importante: il silenzio, appunto.
Quell’assordante silenzio che gli atei considerano conferma delle loro convinzioni e che i credenti intendono come prova di fede estrema e quindi di esistenza di Dio. La divisione che genera questo film è sul tema, troppo ingombrante per essere filmato, il dubbio lancinante che prova padre Rodrigues nell’assistere al martirio dei fratelli cristiani è lo stesso che attanaglia il pubblico. C’è o non c’è? Scorsese decide di rompere il silenzio e lo fa con una continua, rimbombante voice over che narra e spiega ciò che le immagini dovrebbero intendere, così impegnate nel servire il realismo della storia, diluite in lunghe inquadrature mai evocative, mai astratte.
Padre Rodrigues, interpretato da un prostrato, straziato Andrew Garfield, le domande se le pone pure e in un caso qualcuno – addirittura- risponde. La potenzialità delle immagini è sacrificata quindi a una messa in scena che cerca in tutti i modi un respiro mistico che mai viene trovato. La tensione esistenziale mossa dalla religione si risolve sempre più nella meccanica degli eventi puntando alla risoluzione di tutti i misteri. Sovra cumulo di segni senza sospensione che culminano con l’inutile, ridondante ultima inquadratura che svela e spiega. Un’inquadratura urlata, alla faccia del silenzio.
Il tema dell’incontro/scontro di culture è risolto in stucchevoli campi e controcampi dialettici dove gli interpreti - l’inquisitore giapponese prima, il prete apostata poi – se la vedono con il difensore della fede cristiana, padre Rodrigues, roso dal silenzio del suo Dio ma pronto ad affermare l’arrogante Verità del suo credo.
Il viaggio di padre Rodrigues è un viaggio nel cuore di tenebra della fede, lungo la tortuosa via crucis costellata di tradimenti, inganni, violenza. Uomo, natura, religione, storia, simbolismi, passione e ossessione rimangono tali senza vibrare all’unisono, scanditi a volte in modo quasi didascalico in una messa in scena che brama un respiro malickiano, senza trovarlo.
Rimane l’epica scorsesiana dell’uomo solo che combatte per i propri ideali, in questo caso la fede; rimane l’ottima prova dello spigoloso Adam Driver nella parte di padre Garupe. Affossa il film un doppiaggio che tra attori americani, giapponesi, lingua portoghese e latino, stordisce e distrae. Irricevibile Liam Neeson nella parte del prete convertito: vestito da giapponese e dal viso costantemente contrito dalla fede rinnegata, sembra un invitato a una festa in maschera che si è presentato il giorno sbagliato. Silence è un film che deve essere visto poiché capace di generare dibattito, importante per il tema ed è un’ ulteriore tassello nella filmografia di Scorsese ma che non raggiunge le vette passate del maestro, fosse anche il recentissimo, splendido, The Wolf of Wall Street, dove la religione del successo si nutriva della fede dei dollari. Metafore.
Il potente silenzio di Dio lo aveva già affrontato Ingmar Bergman nella sua trilogia del "silenzio di Dio": dopo Come in uno specchio e Luci d'inverno appunto, Il silenzio, il film suo più teorico.
Canoni estetici e narrativi che la grande industria americana del cinema non può permettersi, preferendo apporre le pecette con le didascalie piuttosto che lasciare allo spettatore l’intimo onere di affrontare la fede. Nel cinema, in questo caso.
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