Regia di Pietro Germi vedi scheda film
Secondo capitolo della "dilogia" familiare di Germi, "L'uomo di paglia" è forse meno riuscito del "Ferroviere" (1955), ma resta un'opera sentita e sincera. Si tratta indubbiamente di un film sulla famiglia, ma sarebbe molto da discutere se si tratti effettivamente di un film per la famiglia. È fuori di dubbio che Germi fosse un uomo all'antica e quindi attaccato alla famiglia tradizionale, ma il finale, che all'epoca molti giudicarono un lieto fine piuttosto incongruo, a vederlo bene tanto lieto non sembra, poiché la voce fuori campo della moglie del protagonista ci informa che "niente potrà più essere come prima". E in quest'uomo di paglia non potrà non rimanere un'ombra sia per il tradimento dei valori familiari (perpetrato non soltanto nei confronti della moglie, ma anche del figlioletto) sia per la morte della ragazza che ha compiuto il tragico gesto a causa sua. Nonostante qualche piccolo eccesso di patetismo (la morte del cane forse non era proprio necessaria), Germi riesce a raccontare con "malinconica spietatezza" (Sesti) il dramma di un uomo lacerato, che ci tocca ancora oggi, a più di cinquant'anni di distanza. (21 aprile 2008)
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