Regia di Matteo Rovere vedi scheda film
Fast and furious all’italiana si dirà senza un briciolo di fantasia, ma che c’entra l’azione patinata dell’industria americana con la calura padana, l’auto che si mangia l’asfalto, le curve da tagliare, i pezzi montati a mano e tutto quello che sta dentro questa roba qua? Se Veloce come il vento funziona davvero è anzitutto per la sua autenticità che non vuol dire assenza d’artifizio (ovvio che c’è un lavoro molto importante nella post produzione ma non è questo il punto) né mancanza di sovrastrutture.
Credi immediatamente alla storia non solo perché le facce sono giuste, dal tossico con un grande avvenire dietro alle spalle alla diciassettenne con mezza chioma azzurra, dal meccanico con lo stuzzicadenti sulle labbra al bambino che ha visto troppe cose: il fatto è quei luoghi lì ci credono davvero alla storia dei motori, è una roba seria che travalica le generazioni e il Ballerino era davvero uno che correva forte.
È una storia vera questa del Ballerino, liberamente tratta da quella del pilota di rally Carlo Capone, ma il merito dell’impresa non va tanto all’ispirazione: la dedica è in questo senso emblematica perché è rivolta al meccanico che l’ha raccontata agli autori. Qui ha il volto segnato del grande Paolo Graziosi, che prima vorresti vedere in scena un po’ di più e poi rifletti sul senso della sua presenza costante ma sfuggente. Vuoi vedere che alla fine questo film qua corre spedito perché ha una travolgente potenza legata all’oralità, s’alimenta di vita vissuta per diventare mitologia implicitamente narrata proprio da quel personaggio secondario?
Onestamente, è una notevole rivelazione questa di Matteo Rovere, già responsabile di due obbrobri come Un gioco da ragazze e Gli sfiorati ma parallelamente produttore a cui si deve Smetto quando voglio e The Pills (la via romana alla commedia giovane), seguito da Domenico Procacci, sempre da lodare quando ha a che fare con film stimolanti e innovativi (nella seconda decade del millennio ha prodotto Gipi, Sibillia, Vicari). Qui Rovere ti tiene sempre sveglio, conosce il significato della parola ritmo e sa calibrare bene stupori inattesi e passaggi canonici: per lui è quasi un esordio perché i due film precedenti erano davvero dimenticabili e perdono ancora più valore se confrontati con questo ottimo lavoro.
Sospeso tra racconto di formazione (lei) e racconto di redenzione (lui), contaminato da sprazzi occasionali di ironico disincanto che arginano il melodramma familiare in potenza per lasciare spazio all’adrenalina del film sportivo (che bravi Angelo Vezzosi al montaggio e Angelo Bonanni al sonoro), così raro nella nostra cinematografia, questo film vivido e appassionante vive delle interpretazioni strepitose della debuttante Matilda De Angelis e del miglior Stefano Accorsi da molti anni a questa parte, coi capelli lunghi, i denti finti, le unghia da drogato e un genuino recupero del dialetto che contribuiscono a rendere la sua prova davvero memorabile.
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