Regia di Enrico Pau vedi scheda film
La terza opera cinematografica di Enrico Pau è un omaggio alla Cagliari spettrale e vittima dei bombardamenti della seconda guerra mondiale. L’apice (emozionale) della pellicola, infatti, è raggiunto dalle immagini originali tratte dalla cinepresa di Marino Cao che il primo maggio dell’anno 1943 girò la processione di Sant’Efisio per le strade di una città distrutta dalle bombe. La scena è incastonata con il personaggio del medico inglese Albert che fa delle riprese alla statua del santo appena restaurata e all’accabadora Annetta. Nel personaggio di Alba c’è un omaggio alle sorelle Coroneo, artiste-artigiane di cui appare un arazzo da loro decorato (con gli inconfondibili pavoni/gallinelle, già esclusiva dei fratelli Melis) nella casa della restauratrice. E inoltre una Desulina di Mola su una credenza e quadri di pittori sardi del primo novecento.
Omaggi a parte, L’ACCABADORA è un racconto realistico prevalentemente incentrato sulla leggendaria figura delle “accabadore”: megere che portavano la “buona morte” a chi era in fin di vita, una sorta di eutanasia illegale e magica. Pau e i suoi sceneggiatori (Iaccarino e Igort) tolgono l’alone di leggenda mostrando - attraverso flashback inquietanti e simil horror, introdotti dalle efficaci musiche di Stephen Rennicks - l’eredità di un ruolo, e le conseguenti crisi di coscienza, che la bambina Annetta ricevette dalla madre. Ora quei momenti (il fratellino “aiutato” nel trapasso) le si ripresentano sotto forma di fantasmi. La morte, la sofferenza sono tangibili ovunque in un periodo segnato da malattie e carestie.
L’imponente figura di Annetta cerca di proteggere la nipote Tecla, scappata dal paese di provincia, da cui provengono entrambe, verso le facili tentazioni della città. Annetta trova difficoltà a riconoscere l’amore, pratica il suo rito con devozione e non senza rimpianti, infine di fronte all’agonia della nipote si sottrae al suo incarico e forse sceglierà la vita. Ecco vita e morte, come nei ricami dei tappeti che raccoglievano i defunti, si intrecciano e si confrontano in un mondo arcaico e lontano. Il contrasto tra ieri e oggi appare ancora più netto, considerando l’attualità dell’eutanasia un tabù nella nostra società moderna e avanzata. Il regista riesce a trasmettere i germi di questa anomalia, induce alla riflessione sul tema. E se da un punto di vista narrativo alcuni nodi sembrano irrisolti per via dell’asciuttezza, dell’essenzialità di stile e personaggi, tecnicamente il film è bellissimo nel rigore della messinscena, nella cura delle immagini, dei costumi, degli arredi e dell’atmosfera. Convincenti le attrici protagoniste: Donatella Finocchiaro, intensa alla Irene Papas, potrebbe tranquillamente essere uscita da un romanzo di Grazia Deledda; Sara Serraiocco e Carolina Crescentini; il medico Barry Ward e i pochi attori parlanti.
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