Regia di Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo vedi scheda film
Ecco un altro che c’ha provato, a fare il cinepanettone dignitoso con qualche idea al di là della scorreggia sulle nevi e il piercing sul pene, magari anche senza l’anacronismo qualunquista di Commediasexi o la vacuità buonista di Indovina chi viene a Natale o la tendenza radical-agro-chic de La bellezza del somaro (che in verità è il migliore del filone). L’altro in questione è un trio, Ciarrapico-Torre-Vendruscolo, autori di Boris, l’apice della commedia italiana degli ultimi vent’anni, la cui fissazione col cinepanettone è ben conosciuta agli amanti della serie tv nonché agli estimatori del film (Natale con la casta).
L’operazione ha una base quasi scientifica: prendiamo il Natale, momento in cui emerge(rebbe) il peggio di noi stessi (ansie, rancori, ipocrisie); prendiamo la famiglia, luogo del non-detto in cui tutto si sa ma meglio mangiare e celebrare riti e miti; prendiamo la presunta satira vanziniana, la comicità elementare del neriparentismo e lo spirito anarchico del borisismo. Uniamo tutti questi elementi e vediamo che ne esce.
Ne esce una commedia in due tempi che utilizza il pretesto della festività par excellence per raccontare la rozza vigilia di un clan della Tuscia e la grottesca giornata natalizia di una dynasty miliardaria, rispettivamente nidi di due piccioncini che si conoscono e s’amano da dieci giorni. Naturalmente le differenze fra i due gruppi sono allucinanti e la trovata di far interpretare agli stessi attori due ruoli per famiglia è gustosissima.
Ogni maledetto Natale è un film di facce e certamente di personaggi. Soprattutto di personaggi, direi, alcuni francamente esilaranti (specialmente nei Colardo di Tuscia, su tutti Marco Giallini che spara di continuo e Valerio Mastandrea che s’incazza a carte) ed altri fisiologicamente meno interessanti, legati dai due protagonisti che debbono districarsi in cotanto casino (Alessandra Mastronardi è sempre deliziosa, ma Alessandro Cattelan è una sintesi di Volo e De Luigi ed una piacevolissima scoperta cinematografica).
E poi il film finisce qui, si arena nei suoi doppi personaggi impersonati da attori visibilmente divertiti e dimentica di strutturare la storia (gravissimo per gente col senso del racconto come i tre autori), lasciando che siano le facce a parlare, le bocche a sputare parole, i gesti a rivelare un mondo. Non è un caso che alcune delle risate più eclatanti avvengano con battute parolacciare o espressioni “scorrette”: si ride assai, certo, ma la debolezza narrativa non si sopperisce ricorrendo alla risata facile. Rido, sì, ma poi mi dispiaccio.
Perché il film è una grande occasione mancata essenzialmente per due motivi. Il primo è l’aver disegnato figure inconsuete per la nostra commedia metropolitana (gli esagerati Colardo che cacciano il cinghiale e bevono grappa come in Notte da leoni qualunque) e quadretti sulla carta abbastanza notevoli (i Marinelli Lops sembrano uscire dagli Occhi del cuore, hanno un lessico familiare tipicamente da soap opera e sono interpretati enfaticamente), senza dotarli di uno scenario in cui muoversi con leggiadria (troppo marcato il passaggio da una dimensione all’altra), armonia (prendi Corrado Guzzanti, strepitoso negli assoli e perso nei cori) ed equilibrio (perché Laura Morante in Tuscia e Giallini in Roma bene sono accantonati malgrado siano i caratteri potenzialmente più intriganti?).
L’altro motivo penso sia di natura oserei dire psicologica, la chiamerei “pressione da film di Natale” e la collegherei all’ansia da prestazione. Ciarrapico, Torre e Vendruscolo c’hanno provato. Ne è venuto fuori un film squinternato, che sa essere divertentissimo e comunque fiacchissimo. E alla fine, nonostante la buona fattura tecnica e l’impegno degli attori, ti viene voglia di tornare a Boris e al suo mondo indimenticato fatto di cagne maledette e luci smarmellate, a quello spirito libero e sovversivo.
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