Regia di Nanni Moretti vedi scheda film
Non si è mai pronti per perdere la madre, nemmeno quando si è figli ormai pienamente adulti.
Come nella tradizione del suo cinema fortemente personale, l’ultimo lavoro di Nanni Moretti prende vita da uno spunto autobiografico ma universalmente condivisibile, quello della malattia e del lutto materno, per soffermarsi su un momento di crisi personale che può coincidere con l’età matura e in particolare con la perdita della generazione precedente. Un titolo, Mia madre, che se da un lato non lascia dubbi sulla natura privata dell’ispirazione dall’altro in parte nasconde il gioco di ingresso e uscita da se’ stesso che invece il regista costruisce intenzionalmente, forse consapevole della necessità di smarcare il potenziale egocentrismo che lo caratterizza. Il risultato è effettivamente più equilibrato di quanto ci si attenderebbe e anche abbastanza articolato: Nanni Moretti non rinuncia a stare anche davanti alla macchina da presa ma questa volta si riserva un ruolo di affiancamento alla protagonista nel personaggio del fratello, quasi assumendosi un compito di guida e di sostegno, mentre nel ruolo principale affidato a Margherita Buy troviamo il suo riflesso declinato al femminile, ovvero una regista alle prese coi problemi sul set e con una situazione sentimentale indefinita. E proprio il set offre un’altra opportunità di osmosi tra una dimensione privata e una dimensione pubblica che vuole essere molto attuale, poichè la pellicola in lavorazione segue le vicende di un’azienda in trasferimento a proprietari americani che pianificano licenziamenti.
Meno ambizioso e più misurato rispetto ad Habemus papam, Mia madre mostra i suoi punti di forza nella presenza sempre adeguata di Margherita Buy e nell’ottimo feeling tra lei e Nanni Moretti, nonchè in alcuni momenti sinceri che, nonostante qualche sbavatura (l’episodio della distruzione dell’auto, quello del promotore che chiede di vedere le bollette e la reazione esagerata di Margherita alla difficoltà della madre di deambulare sortiscono un certo effetto di disorientamento a livello stilistico) possono valere non solo come omaggio alla madre del regista ma anche come condivisione dell’esperienza comune di assistenza ad un genitore malato, una vicinanza fatta di gesti banali, piccole preoccupazioni e parole minori con cui si cerca di non pensare al cambiamento irreversibile che sta per compiersi.
Accettando però di razionalizzare, considerato che stiamo comunque parlando di un film, è inevitabile notare che se da un lato l’aver trasferito fedelmente nella sceneggiatura scampoli di realtà vissuta, e cioè situazioni e dialoghi così come impressi nella memoria del regista, si riveli garanzia di autenticità, dall’altro proprio la mancanza di una rielaborazione finzionale e drammatica del soggetto si palesa a spese della tensione narrativa, che procede per stazioni senza acquisire particolare forza e senza raggiungere l’acme della “passione” intesa come patimento.
Sul set del film di Margherita si svolge la parte evidentemente speculare e compensativa, quella che alleggerisce, in modo piuttosto programmatico, il tono della pellicola soprattutto a causa delle intemperanze della star americana impersonata da John Turturro - personaggio esclusivamente funzionale - una parte comica a tratti anche se mai davvero brillante o coinvolgente. Una battuta però colpisce a questo proposito: “Voglio sentire l’attore accanto al personaggio” dice Margherita ai suoi attori, incoraggiandoli così a non confondere l’eccessiva immedesimazione nel personaggio con la miglior resa recitativa, a non scambiare identificazione e interpretazione.
L’esperienza della visione può indurre reazioni differenti anche in base alla sensibilità personale. Volendo apprezzare, oltre alla condivisibilità umana della vicenda, anche il carattere più strettamente filmico dell’opera e cioè soffermandosi su soggetto, sceneggiatura, dialoghi, costruzione formale e drammatica, in altre parole interrogandosi su quanto “cinema” ci sia dentro il film, a mio parere Mia Madre non si candida ad essere annoverato tra le pietre miliari del cinema di Nanni Moretti, che si limita in questo caso ad una regia corretta, nè come un film che possa rappresentare un cambio di passo o un traino per traghettare il cinema italiano fuori dallo stallo creativo in cui si trova. E’ però un lavoro rispettabile, altalenante ma fondamentalmente onesto.
Non ci sono commenti.
Ultimi commenti Segui questa conversazione
Recensione davvero equilibrata (molto, molto difficile quando un film sa comunque far vibrare in maniera toccante certe corde); della quale condivido, in particolare, le conclusioni e l'accusa di avere, in fondo (e inevitabilmente?) tratti programmatici.
Mi sentivo un po' in colpa ad aver fatto quelle osservazioni, forse le tue 3 stelle e mezzo sono più eque delle mie 3, ma se proviamo a pensare al film affrancandoci un istante dal carisma dell'autore è plausibile provare una lieve sensazione di disomogeneità. Accanto a momenti di dolorosa verità che ti mettono con le spalle al muro abbiamo anche la dimensione più costruita e teatrale del set, dove il personaggio di Turturro è a un passo dall'eccesso, una parte che svolge la sua funzione compensativa in modo un po' troppo pianificato, sono d'accordo con quanto hai scritto. Di fatto il film nasce attorno all'idea primigenia di un ricordo della figura materna e della sua scomparsa, spunto potenzialmente universale e molto toccante, ma forse non autosufficiente come soggetto, la parte costruita successivamente attorno a questo nucleo più autentico ha una natura e una forza obiettivamente diverse. Grazie per essere passato di qui, a presto.
Ho riletto in questi giorni la tua rece perchè ho visto da poco il film e credo che il tuo giudizio sia stato davvero il più obiettivo di tutti .
In particolare sono d'accordo con l'interrogarsi su quanto Cinema ci sia nel film ed ho riportato la tua frase nel mio commnento perchè rende bene l'idea .
Ammetto di non essere mai riuscita ad apprezzare tanto il lavoro di Moretti ma in questo caso mi è parso proprio mediocre e approssimativo.
Un saluto dalla Dolly
Ciao Dolly, grazie per essere sempre così attenta. Con quella considerazione sulla misura di Cinema contenuta nel film cercavo di trasmettere quel senso di fiacchezza e programmaticità che mi ha lasciato inappagata e che forse condividiamo. Il tema del film non è certo gioioso ma credo che si possa riuscire ad esprimere passione anche nel dolore, serve però una rielaborazione drammatica e non la semplice trasposizione dell'accaduto su pellicola. Un caro saluto a te. Elena
Un film meraviglioso. Un film vero. Universale. Antiretorico .
Ciao maramao, grazie per il commento. Come hai visto io nutro diverse perplessità che mi impediscono di provare entusiasmo, ma sono comunque lieta che tu sia passato di qui. Un saluto.
Elena l'ho appena visto e allego il mio piccolo pensiero alla tua rece,che forse si avvicina di piu' alle mie sensazioni che sono abbastanza altalenanti,Un'opera dall'andamento lento,che si muove tra passato,il ricordo e il presente,ma i famigerati flashback che si inseriscono senza preavviso,rimangono abbastanza snervanti,per il resto condivido la tua analisi.grazie.
Ciao Ezio, sì, forse la sensazione di un lavoro composito che rimane un po' soggiogato alle diverse parti è quella che permane più distintamente dopo la visione, per quello è abbastanza difficile sbilanciarsi anche nel giudizio. Grazie a te, un saluto
Commenta