Regia di Aleksandra Gowin, Ireneusz Grzyb vedi scheda film
Il feticcio di Piccole scosse è la scatola. Storicamente polifunzionale, è un oggetto che può accogliere tutta una vita sotto forma di ricordi fattuali: per esempio le fotografie, accatastate rapidamente con una grafica che ostenta la semplicità che vuole esprime, il quotidiano che aspira di racchiudere in una raccolta di immagini comuni. Il mestiere delle due protagoniste ha anch’esso a che fare coi ricordi e quindi con le scatole da riempire: sgomberano le case dei morti un po’ per appropriarsi di qualcosa della loro intimità perduta e un po’ per alzare qualche soldo in mercatini di seconda mano. Quando le due ragazze entrano in contatto con un’altra anima sola, un giovane uomo “del genere carino” appena divorziato e con una madre malconcia, capiscono che devono muoversi all’unisono, come le formiche «che sono eccezionali»: affascinati malinconicamente da un’idea dell’amore come esperienza attiva, ossessionati dalla morte da esorcizzare attraverso inconcludenti costruzioni mentali, ecco che si forma il triangolo tra vane ambizioni di eros e thanatos. Piccolo melodramma polacco con qualche venatura proletaria benché non ideologizzata, abitato da pudichi corpi che non sanno respingersi, alla ricerca di una perpetua emancipazione da se stessi e dai ventri materni, di una completezza che solo l’amore pare poter donare. Regia in tandem, minimalista pur con due o tre autocompiacimenti (il concertino, per dire, ma anche le geometrie ben strutturate del cortile tra i palazzi decrepiti), attori freschi e fini, finale tristissimo.
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