Regia di Katrin Gebbe vedi scheda film
CANNES 2014 - UN CERTAIN REGARD
Tore è un ragazzo solo al mondo che trova nel gruppo religioso “The Jesus Freaks” la famiglia che lo accoglie e riesce a fornirgli l'appoggio morale e pratico, spirituale e caratteriale per dare una ragione alla sua esistenza di figlio di nessuno.
Il cristianesimo convinto e vissuto in modo ossessivo ma coerente, la non violenza, il rispetto di regole morali intransigenti e fino castranti, aiutano il giovane ragazzo esile e biondo, delicato come un angelo, a darsi una condotta che non è solo morale, ma piuttosto un programma di vita, che il ragazzo finisce per seguire con scrupolo e metodo. Un comportamento che lo differenzia nettamente dai suoi compagni, più opportunisti e superficiali, pronti a trasferire i propri modelli di vita verso altri stimoli non appena se ne presenta l'occasione.
Il giorno che, per un caso fortuito o chissà per cos'altro, aiuta a far ripartire la macchina in panne di un capofamiglia con una semplice preghiera e l'apposizione delle mani sul cofano, il ragazzo diviene il beniamino di quella strana famiglia presso la loro sgangherata casa di vacanza vicino all'aeroporto di Amburgo.
Ma a poco a poco il ragazzo scoprirà la perversione che si annida dentro l'uomo, la sua cattiveria senza cura, e tuttavia decide di restare ad oltranza, subendo torti torture sempre più inaudite, come un contrappasso o una pena da scontare per elevarsi a santo, a Gesù Cristo meglio ancora, a vittima sacrificale per espiare il peccato incurabile dell'essere umano.
Girato in modo un po' trasandato, scolastico o qualunque, con una fotografia sgranata, volutamente sciatta che forse vuole accentuare, rendere palpabile il degrado fisico e morale, il disagio esistenziale presente in molt di coloro che vivono in una periferia urbana alla deriva, “Aux mains des hommes”, questo il titolo francese del film appena uscito nelle sale d'Oltralpe, è l'opera d'esordio almeno interessante della giovane Katrin Gebbe: un film che si può apprezzare per alcuni spunti che accende nello spettatore: la narrazione di un calvario, di un oppressore che martirizza un oppresso; la storia di un percorso doloroso nei gironi della depravazione e della cattiveria fine a sé stessa, del martirio consapevole e anelato come percorso espiatorio di salvezza. Tutto ciò è ammirevole ma presenta anche rischi: di muoversi, sviluppare il racconto innanzi tutto un po' come un teorema, tutta intenta la neo-regista a dimostrare i dogmi e le chiavi di lettura della sua costruzione, e forse anche per questo rischiando di apparire un po' scolastica o teorica.
Tuttavia si tratta di un'opera quanto meno interessante, che si affaccia su spiragli di riflessione inquietanti attinenti la tendenza dei giovani alla aggregazione e al lavaggio del cervello, all'assuefazione, ma pure alla presenza di un male e di una cattiveria che si annida sapientemente nascosta nei meandri di insospettabili madri e padri di famiglia; e pure della solitudine, della affannosa ricerca di un riferimento per una vita che pare allo sbando, ma vuole trovare una soluzione per elevarsi e comprendere il suo scopo reale nell'universo. Buona prova per il giovane ed efebico Julius Felmeier, biondino esordiente oggetto ed ostaggio di tanta, troppa cattiveria fine a se stessa.
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