Regia di Shawn Christensen vedi scheda film
Lasciate che mi suicidi in pace. Non venite a disturbarmi con le vostre questioni svilite nella concretezza, voi che non potete conoscere l’infelicità nella sua forma perfetta. Voi avete troppo da fare, e non arriverete mai a svuotare la vostra vita a suon di pensieri vaganti. Solitudine a astrazione sono la libertà assoluta che si tuffa nelle braccia del nulla. Richie, seduto in una vasca da bagno piena di acqua e sangue, sta per abbandonarsi a quel vuoto incantatore. Ma la sua dolce agonia è bruscamente interrotta dallo squillo di un telefono. E Richie è costretto a tornare indietro. Basta la voce di sua sorella, concitata e implorante, a riportare, tra quelle mura silenziose, il volgare rimbombo della realtà dei vivi. La donna ha un problema, un impegno improrogabile, si deve allontanare, e ha bisogno di qualcuno a cui affidare la bambina. Richie, per mezza giornata, dovrà farle da zio. E, tramite la frivola impertinenza di quella ragazzina, riscoprirà il lato futile della vita, e quanto questo, all’occorrenza, possa rivelarsi adorabilmente prepotente. La banalità può essere una squisita compagnia, quando ci prende affettuosamente a schiaffi per scrollarci dal torpore di un io sovrano, e riconsegnarci al mondo dei comuni mortali. Le tenere provocazioni della piccola Sophia sapranno risvegliare, in Richie, la sua anima di uomo qualunque, dedito a quelle infantili debolezze che sono la voglia di giocare, l’invidia/ammirazione per le persone forti, e la paura di amare. Intanto, la sua insofferenza per il mondo saprà finalmente trasformarsi in aperta ribellione, in un rifiuto consapevole, maturato alla luce di un senso di inferiorità e di vergogna per troppo tempo rimosso. L’innocenza è un impietoso termine di paragone per un adulto immaturo. L’inadeguatezza si specchia in quella superficie limpida, appena increspata da una punta di sadico gusto della verità, e vi scorge la propria figura pallida e deforme. Il malinconico trasporto verso la morte perde la sua poetica nobiltà, per trasformarsi in una scialba malattia. Dalla quale è facile – e molto poco eroico – guarire, con un semplice atto di resa: si depongono le elitarie armi della negatività, e si accetta, umilmente, di divenire esseri normali, privi di tratti tragici, ma buoni per tutte le commedie. Nel quadro di questa umanità che salva la pelle rendendosi succube del proprio destino, anche la catarsi può ridursi alla solita gag sulla iella che fustiga i codardi.
Curfew è il vincitore del Premio Oscar 2013 per il miglior cortometraggio live action.
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