Regia di Béla Tarr vedi scheda film
C'è la sceneggiatura, che però non utilizziamo mai durante le riprese. Ci sono gli attori, ma non ci serviamo di attori che si comportino “da attori”. Lavoriamo con loro come se fossero amici o utilizziamo le loro personalità. Per me la personalità degli attori è sempre interessante: e in questo caso non importa se lavori con attori non professionisti.
[Béla Tarr]
Béla Tarr, Peter Greenaway, Aki Kaurismäki, Sharunas Bartas, Jan Troell, Fatih Akin, Francesca Comencini, Tony Gatlif, Theo Van Gogh, Kenneth Scicluna: sono i nomi di punta di Visions of Europe (ideazione e produzione franco-tedesca di Arte e ZDF, presto affiancati dalla Zentropa di Lars Von Trier), progetto collettivo di 25 cortometraggi realizzati nel 2004 da altrettanti registi in rappresentanza delle nazioni dell'Unione Europea (anche se Prológus, secondo diverse fonti, risulterebbe codiretto da Ágnes Hranitzky, moglie e storica assistente alla regia e montatrice di Tarr: ma Tarr, viziaccio, nei titoli di testa del film indica soltanto nomi e cognomi dello staff creativo).
Prológus è l'apertura tutt'altro che consolatoria di Visions of Europe: poco più di 5 minuti di durata (ma quasi un minuto e mezzo se lo divorano i titoli di testa e di coda), un unico piano sequenza incorniciato nel biancogrigionero di Robby Müller, in colonna sonora le musiche di Mihály Víg.
Un marciapiede, centinaia di persone in fila, la macchina da presa che si affianca e scopre i loro volti in una lunga carrellata. Uomini e donne, giovani e vecchi, uniti nel muto affanno dell'attesa, con gli sguardi fissi nel vuoto o rivolti tutti nella stessa direzione: la finestra di un palazzo al termine della fila, da dove una ragazza sorridente inizia a distribuire pane e bevande.
Attori (oltre 200, compresa la ragazza che distribuisce il cibo) come gente comune, esasperazione del realismo della finzione artistica, (dis)illusione della forma, reiterazione e manipolazione (il commento musicale di Mihály Víg) a scolpire dignità, speranza e/o disperazione nell'attesa. Il messaggio è (come sempre) potente, inequivocabile, tragicamente essenziale. L'Europa (unita) è povera e ha fame.
Post scriptum e pessimo esercizio retorico (della serie: “What If...?”): e se il film “scorresse” al contrario, ovvero dalla finestra all'inizio della fila? Film palindromo? Epilógus? Béla Tarr...
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