Regia di Laura Chiossone vedi scheda film
Se Gianna, oggi, a cinquant’anni, calca le assi sconnesse e resistenti del teatro off (off soldi, off spazi, urgenza creativa svigorita nella ricerca di finanziamenti mitici come il Santo Graal), è tutta colpa (o merito) di sua madre. Fin da bambina l’ha assistita in un tour de force artistico che ha sorpassato il dovere mettendo in circolo l’amore (per chitarra, pianoforte, tip tap, per la recitazione sopra tutto), e adesso la sospende su un doppio palcoscenico: divisa tra il lavoro di cura e il lavoro d’attrice, ma entrambi sembrano molto più di un lavoro. La scena allestita per le prove ricorda (troppo) da vicino uno scenario quotidiano, snervante eppur tenerissimo ritratto di reciproca dipendenza: lo spettacolo tra cinque minuti in scena è la storia di una madre e di una figlia, che strenuamente e lievemente non si lasciano andare. Malgrado la malattia della prima affievolisca la realtà della seconda, smussandone gli angoli puntati verso l’esterno, il sentimento di questo film - di questa vita - non è il rimpianto né la costrizione. Dove i fondi alla cultura si accendono come fari a intermittenza, Laura Chiossone realizza un’opera prima costantemente illuminata da una vigorosa, riconciliante umanità. Documentario nelle stanze immobili eppure infaticabili dove le due donne si fanno carico di pesi scompensati; fiction nella piccola sala milanese dove la polvere non basta a soffocare la voglia di fare, nonostante tutto. L’energica bellezza che ci tiene in vita abita luoghi poco visti, profondamente sentiti in un film che trascende il lavoro e trasuda l’amore
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