Regia di Haifaa Al-Mansour vedi scheda film
“La bicicletta verde” è un’opera importante per molteplici motivi; in primo piano, quello oggettivo ed insindacabile, perché è il primo film diretto da una donna in Arabia Saudita (il che ha creato parecchie difficoltà alle riprese), in secondo luogo perché si tratta di una storia sincera e forte che senza alzare la voce riesce a toccare i tasti giusti, denunciando una realtà sociale con energia (ed intelligenza) senza scadere in patetismi, avvalendosi anzi dello spirito più consono per colpire sotto pelle.
Wadjda è una bambina intraprendente, e per questo mavista a scuola, che non vuole saperne di sottostare alle ferree regole imposte dalla società in cui vive.
Invidia l’amichetto Abdullah che può fare cose semplici a lei negate come andare in bicicletta; così quando ne vede una verde appena arrivata in un negozio vicino a casa, decide di volerla acquistare.
E per guadagnare i soldi necessari parteciperà ad una gara di lettura, e conoscenza, del Corano del quale fino a quel momento le era interessato poco o nulla.
Un film che conquista, perché porta in luce tanti aspetti sociali a noi così lontani per cultura e soprattutto perché riesce a farlo all’interno di un racconto forte d’animo, caratterizzato principalmente dallo sguardo di una ragazzina che possiede quella sfrontatezza e caparbietà capaci di aprrire strade inattese e che illuminano il cuore.
Un film di difficile concezione, una coproduzione tra Arabia Saudita e Germania (buona parte della troupe è tedesca), riprese interamente in loco, tanti limiti da valicare (ad esempio uomini e donne senza legami di sangue non potrebbero stare insieme in pubblico), rimostranze sentite anche dalla gente comune, come si vede nell’interessante “making of” presente nell’edizione italiana del dvd.
Ma soprattutto è una pellicola di slanci, di forte determinazione, di rottura (senza poi eccedere nei toni, quindi ancora meglio, vedi il fatto che Wadjda studia il Corano solo per vincere un premio), di figure adulte incanalate negli standard imposti (come l’intransigente direttrice scolastica) e dei giovanissimi che invece hanno ancora quella libertà mentale per poter guardare oltre.
C’è tanta emotività, tra commozione (la madre di Wadjda che lotta una battaglia persa per non perdere il marito) e speranza, così che una corsa in bici a perdifiato assume connotati di rara sensazione di libertà (e mi ha ricordato la più famosa corsa al cinema di un giovanissimo ne “I 400 colpi”) ed i due giovani protagonisti (lui che dice di volerla sposare un giorno … un colpo al cuore, romanticismo purissimo) finiscono col rappresentare la speranza di un futuro diverso nel rapporto uomo/donna laddove oggi la seconda è subordinata in tutto e per tutto.
Così il cinema torna ad avere una valenza trasversale, un merito che aggiunge valore ad un’opera che funziona anche a livello puramente tecnico (regia vivissima, nessun riempitivo inutile, buon utilizzo delle luci, estro per superare le imposizioni dall’alto), ma che prima di tutto apre mente e cuore.
Importante.
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