Regia di Margarethe Von Trotta vedi scheda film
Cinema didattico, didascalico e a tratti prolisso, questo di Von Trotta, che si appoggia alla complessità del volto della leggendaria Sukowa per raccontare il dramma di Hannah Arendt, incompresa tra due sistemi di pensiero (nazismo, sionismo) opposti soltanto all’apparenza. Intorno a lei si distruggono i libri e si discrimina, si impedisce la libertà di opinione sulla base di una verità mai verificata se non proprio dalla Arendt, recatasi dagli Stati Uniti a Gerusalemme per assistere al processo Eichmann. Tra flashback del passato con Heidegger e feritoie sulla storia - colta nei filmati d’archivio del processo -, Von Trotta recupera una narrazione frontale della quale si è ormai persa traccia, dilatando i tempi fino a farli coincidere con quelli del pensiero e costruendo le inquadrature secondo geometrie rigide, impaginando la narrazione sfruttando al meglio le potenzialità dei carrelli e della camera fissa. Niente fronzoli: l’elaborazione arendtiana di La banalità del male necessita di altrettanta, efficace banalità in regia, per poter affidare le chiavi dell’opera a una sceneggiatura che adotta il punto di vista privilegiato e convinto della filosofa per ribadire quanto il male superi l’individuo e lo schiacci sotto il peso di un sistema malato. Dallo smascheramento del collaborazionismo ebraico alla riduzione di Eichmann al rango di «uomo superfluo in quanto tale», Hannah Arendt si avvicina molto alle lezioni televisive di Rossellini giocate in sottrazione, ma solo di orpelli.
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