Regia di Megan Griffiths vedi scheda film
Lo “human trafficking” è un tema molto delicato, per questo film che ne parla la regista Megan Griffiths ha fatto affidamento alla testimonianza diretta di Chon Kim, per cui lo spettatore è consapevole di vedere una storia non solo ipotizzata ma che racconta fatti reali.
Se la strada del “pudore” era obbligatoria (con però distinguo), sul resto ci sono vari punti su cui obiettare.
New Mexico 1994, Hyun Jae (Jamie Chung), conosce un giovane attraente che con l’inganno la consegna ad un’organizzazione che sfrutta giovani ragazze nella prostituzione.
Rinominata Eden, si trova in una quotidianità fatta di sevizie, ma arrivata ad un bivio farà buon viso a cattivo gioco catturando la stima di un suo aguzzino in attesa del momento idoneo per far saltare tutta l’organizzazione rischiando per prima di essere uccisa.
La vita può cambiare in un attimo, quella noiosa di ogni giorno, vissuta aspettando di ottenere le tanto agognate libertà dell’età adulta, diventa improvvisamente un rimpianto, tornare indietro non è più possibile, si può solo resistere e se si trova dentro di se la forza per reagire occorre farlo recitando una parte scomoda, ovvero aiutando chi si odia con tutte le proprie forze.
Una trama indubbiamente forte, ma fin troppo sommaria con psicologie da codice binario (0,1 o se preferite “on/off”), ha comunque l’implicito merito (della storia vera) di presentare il nemico sotto forme candide (il finto vigile del fuoco) o addirittura quelle deputate alla sicurezza (il poliziotto) con attorno il silenzio (le due signore che potrebbero intervenire, ma rimangono spiazzate).
La scelta poi di non mostrare nemmeno per sbaglio nudi è ponderata e più che adeguata come forma di rispetto (rifuggendo così ogni forma di sfruttamento per secondi fini), ma evitare quasi completamente di mostrare scene di umana violenza concentrandosi sugli sguardi e sul dolore che le interpreti avrebbero potuto trasmettere, relegando fuori campo il corpo, è un limite pesante.
Un film che troppo spesso assomiglia ad un “Tv-movie” di denuncia (al di là di alcuni tratti paesaggistici), necessario per sua stessa natura, ma cinematograficamente parlando un po’ troppo spoglio, a partire da un cast che nei ruoli guida, anche quelli più scomodi, non trova interpreti in grado di fare la differenza e di aggiungere un proprio tassello, a parte Jamie Chung che comunque, tornando a quanto già accennato in precedenza, è chiamata sicuramente ad uno sforzo emotivo, ma non spinto fino allo stremo delle sue possibilità.
Ed in fondo in questo modo si rende anche meno giustizia di quanto si sarebbe potuto fare.
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