Regia di Robert Hampton (Riccardo Freda) vedi scheda film
Nell’ambito dell’operazione di recupero del cinema popolare all’italiana di cosiddetta serie B (se non altro per impegno produttivo e circuito commerciale), L’orribile segreto del dr. Hichcock ha un posto d’onore e ha guadagnato nel corso degli anni un invidiabile stato di culto. Sarà forse perché il seme del culto è piantato sin dal titolo, così sfacciatamente allusivo ad una certa idea del cinema di tensione (molti omaggi al maestro inglese), sarà per le condizioni di lavoro che hanno un qualcosa di epico se non grottesco (girato in una villa ai Parioli, praticamente distrutta, in dodici giorni), sarà per il proverbiale talento di Freda sta nel fare di necessità virtù e di realizzare grandi effetti con due soldi.
Il film ha una sua splendida rozza efficacia per tre ragioni sostanziali: il tema della necrofilia, quantomeno inconsueto se non proprio tabù tuttora; il gusto gotico-horror che fa dell’assurdo la propria cifra essenziale; gli effetti visivi che di speciale hanno solo la maestria tecnica di consumati artigiani (giochi di luci e carrellate in prevalenza). Con, oltretutto, approfondimenti psicologici inseriti in una cornice tetra e raffinata, resta una tappa fondamentale del cinema dell’orrore all’italiana, seminale per almeno due generazioni di cinefili. Visto in una disgraziata copia 35mm disperatamente affascinante, come in un drive in della provincia americana degli anni sessanta.
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Come giustamente sottolinei tu, il tema scelto (la necrofilia) era decisamente coraggioso e provocatorio per quei tempi. Una tematica capace di prendere contropiede lo spettatore fin dalle prime sequenze, disorientato anche per gli evidenti interventi della censura (e ce ne sono stati!) che rendono un tantino nebuloso il primo approccio. Le scelte che Freda fa sono poi abbastanza radicali, poiché invece di privilegiare gli orrori soprannaturali o i classici mostri gotici dei film di "paura", sceglie di concentrarsi soprattutto sui turbamenti della psiche umana, sulle sue morbosità e frustrazioni, sui desideri perversi che vi si agitano dentro (e lo fa aiutato non solo da una fotografia capace di dare una visione onirica e labirintica proprio degli spazi di quella villa dove è ambientata la vicenda che diventano quasi una proiezione soggettiva dell'interiorità del protagonista, ma anche dalla colonna sonora che il regista, scontento della prima versione che gli era stata fornita, fece riscrivere da capo, ritenendola fondamentale per la sua opera.
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