Regia di Edoardo Gabbriellini vedi scheda film
Sorpresa, habemus registam. Dopo l'interlocutorio B.B e il cormorano, avuto in eredità per grazia ricevuta da Virzì (nel senso che i soldi e la possibilità di girare il film d'esordio gli arrivarono grazie al successo di Ovosodo, di cui era protagonista), Gabbriellini scrive e dirige un film vero, come in Italia se ne sono sempre fatti pochi.
Dispiace che molti si aspettassero, visti i nomi del regista e dei protagonisti, una commedia, ma qui siamo in tutt'altro clima. Gli abitanti del villaggio appenninico che ospita la villa del cantante in pausa sabbatica Fausto Mieli (un inconsueto Gianni Morandi, in una parte cinica e, in fondo, cattiva) non somigliano affatto ai bonari popolani del neorealismo rosa o della commedia "carina" degli ultimi anni, ma sono il frutto di una sorta di mostruoso esperimento genetico che incrocia i montanari di Un tranquillo week-end di paura (o meglio ancora, i cajun di I guerrieri della palude silenziosa di Walter Hill) con i leghisti di casa nostra, quelli che, a sentire Bossi, qualche anno fa erano pronti a scendere a frotte dalle loro baite armati di fucili e forconi. Ma c'è anche un che di chabroliano, nel groviglio verminoso con il quale è descritto un universo familiare raggelante, che vive ai margini di un paradiso terrestre, senza coglierne i frutti migliori (lo stesso cantante vive circondato da una serie di divieti e limitazioni che soltanto lui sembra rispettare, mentre i suoi compaesani se ne infischiano bellamente).
In questo universo apparentemente normale, ma in realtà chiuso su sé stesso, arrivano i due operai romani, che sembrano usciti da una scampagnata fuori porta di una commedia di qualche anno fa e ricordano vagamente anche i due protagonisti di Un lupo mannaro americano a Londra, quando giungono nel villaggio scozzese contrassegnato dalla statua dell'angelo: come quei due sventurati, anche i nostri non percepiscono i segnali d'allarme che dovrebbero cogliere al loro arrivo: soprattutto un lupo ucciso dai bracconieri del luogo.
Insomma, Padroni di casa (richiamo secondo me non casuale allo slogan leghista "padroni a casa nostra") non è una commedia, si ride poco o punto, ma il film c'è e il regista anche. Ad maiora.
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