Regia di Nicolas Winding Refn vedi scheda film
Un Tarantino più depresso
Refn è nato, cresciuto e alimentato degli anni '80 che strabordano nei suoi film: dalla musica, ai personaggi, agli ambienti. In una Los Angeles che mi ricorda quella dei migliori lavori di Friedkin, Refn immerge il suo protagonista, senza nome, ma definito dalla sua azione (Driver). Il bagaglio immaginario e narrativo si sovrappone con quello di Tarantino, ma con una impronta più maliconica, più scandinava, quasi mezzo filosofica.
Contribuisce a questo effetto l'asciutezza visiva della prima parte, caratterizzata da un (quasi)-realismo di marca europea, ricco di silenzi e di immobilità. L'esplosione violenta della seconda parte ne risulta quindi ancora più amplificata, con un carattere che vira verso una stilizzazione quasi asiatica nel rappresentare i fatti di sangue, accompagnata da un surrealismo che quasi contraddice lo stile di partenza (emblematica la scena in cui Driver colpisce Cook attorniato da strippers in topless immobili e ieratiche come un coro greco tragico).
Refn possiede e conosce a fondo tutti i mezzi del mestiere per gestire la tensione e l'adrenalina, ma senza perdere la propria lucida firma. Questa transizione da una prima parte pensosa ad una seconda quasi splatter passa anche per un continuo aumento della saturazione cromatica e visiva - dai colori scuri spenti e grigi di officine e strade fino all'argento delle pailettes e al rosso sangue.
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