Regia di Lars von Trier vedi scheda film
Von Trier inizia scossando un po' la macchina da presa. C'è il matrimonio della Dunst (scoperta man mano bravissima col passar dei minuti), svampita e scorretta. Indice di una malattia, di un arrivo, di una presa di coscienza.
Infatti nel cielo si eclissano le stelle ordinarie, preannunzio di stravolgimenti.
Il matrimonio non s'ha da fare, i sintomi sono ineludibili.
Ci spostiamo allora dalla sorella (la Gainsbourg, attrice sofferta e donna bellissima), casa superborghese e controllo delle cose. Organizzazione e sicurezza; lo sguardo della scienza (incarnato dal marito) che mostra certezze anche quando non le ha.
La Dunst arriva distrutta e in via di guarigione: la presa di coscienza non razionale. Io vedo la verità, dice; non pensa la verità: la vede.
Il problema è trovare la chiave della catastrofe inevitabile.
In primis ci si abbandona, nudi e inermi. Poi c'è il tema degli altri, da accompagnare nel destino.
L'unico modo possibile, l'unico, è la grotta magica, quattro bastoni di legno.
Attenti tutti: Von Trier trasloca da un nichilismo apparente ad una definitiva visione risolutrice, salvatrice.
Un'opera profondamente spirituale, finalmente matura. In cui il dolore gorgoglia fino a ribollire.
E ad essere risolto.
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..io però quel finale lo avverto in maniera diametralmente opposta, tutt'altro che salvifico insomma: non ci intravedo altro che un disperato pessimismo cosmico
La Dunst guarda negli occhi il bambino e "vede". L'unica possibilità di scampo dall'inevitabile è la Speranza: la grotta magica.
L'abbandono alla speranza non è pessimismo cosmico. L'unica disperata è la Gaisbourg, infatti.
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