Regia di Philippe Le Guay vedi scheda film
Chissà come vivono, al di là degli stereotipi, gli immigrati che popolano i “sesti piani” dei nostri quartieri o delle nostre case, cucinano per noi, stirano e accudiscono bambini e anziani. In “Le donne del sesto piano” il regista Philippe Le Guay ( “Il costo della vita”), adorato durante l’infanzia da una tata spagnola, e il cosceneggiatore Tonnerre ci rappresentano l’universo dei lavoratori stranieri più umili ricorrendo agli stereotipi opposti a quelli abituali: l’allegra solarità delle esuberanti donne spagnole riporta in vita, come un farmaco ricostituente, l’asfittica esistenza di una borghesia parigina, annoiata da rituali ripetitivi e mestieri aridi. La quotidianità di Jeans Louis Joubert ( Fabrice Luchini) e della moglie Suzanne ( Sandrine Kiberlain) è routine senza sbavatura alcuna: lui si alza alla stessa identica ora, fa colazione con un uovo alla coque cotto per tre minuti e mezzo, va in un grigio ufficio del centro; lei si incontra con le amiche per il tè, visita le gallerie d’arte o gli atelier delle sarte.. La vicenda è ambientata negli anni 60’ quando dalla Spagna di Franco, molte donne emigravano in Francia per fare le domestiche presso le famiglie agiate. Nell’elegante palazzo parigino dove abitano i Joubert la mansarda è destinata alle serve spagnole, una delle quali Marie ( Natalia Verbeke) conquista il padrone. Ma è soprattutto la scoperta sorprendente di un mondo antitetico al suo a sconvolgere Jean Louis e a scatenare la rivoluzione nell’algido condominio: nella soffitta con il bagno ostruito si urla di dolore o di gioia, si piange per le violenze subite, si prega la Madonna, si maledice Franco e i capitalisti, si attende con ansia febbrile una lettera; fra gli impeccabili arredi degli alloggi padronali al contrario ci si muove con passi felpati, si dicono e si odono le medesime parole ogni giorno per decenni, e gli adolescenti viziati, futuri sessantottini, protestano per capriccio o per noia. Una scala a chiocciola apre il passaggio al sottotetto, ma non c’è scambio paritario fra ricchi e proletari, giacché i primi non avendo nulla da offrire si prendono l’unico bene di cui gli altri dispongono giocoforza in abbondanza ossia l’ottimismo.
La contrapposizione fra un freddo “Nord” benestante e un caldo “Sud” indigente e libero, non nuova, ha un che di schematico nel ritratto d’ambiente, tuttavia la mano leggera di Le Guay finisce con il cogliere nel luogo comune almeno quel frammento di verità trascurato dai molti report sociologici sull’argomento: la necessità di sopravvivere in condizioni di difficoltà estreme obbliga ad enfatizzare sentimenti di solidarietà, fedi religiose o politiche e tradizioni culinarie. La corrosività satirica della pellicola certo si mitiga nella seconda parte, dove prevale la favola sentimentale dell’amore che infrange le barriere di classe, tuttavia il romantico paradosso sotteso rimane: si vuole cacciare gli estranei delle soffitte non perché se ne ha paura, ma perché li si invidia. Per confronti e percorsi culturali suggeriti dal film cfv mio blog: http://spettatore.ilcannocchiale.it/post/2659534.html
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