Regia di Asghar Farhadi vedi scheda film
Film iraniano molto particolare e sorprendente, non tanto perché da questa nazione manchino esemplari cinematografici importanti (anzi tutt’altro), tanto perché in questo caso il regista Asghar Farhadi realizza la pellicola che non ti aspetti poggiandola su una sceneggiatura consistente e minuziosa, generando un cumulo di azioni che si concatenano con una frequenza altissima.
Simin (Leila Hatami) vuole lasciare l’Iran assieme alla figlia, ma il marito Nader (Peyman Moadi) non vuole abbandonare il padre anziano e malato (e magari non solo).
Chiede allora il divorzio che le viene negato e decide di andarsene dalla madre per qualche tempo.
A Nader serve dunque una persona che stia accanto al padre mentre lui è a lavoro e la donna che prenderà l’incarico per pochi giorni gli creerà dei problemi enormi che coinvolgeranno entrambe le loro famiglie in una spirale senza fine.
Film fatto di storie e di personaggi, sembrerebbe una constatazione scontata e superflua, ma raramente capita di assistere a pellicole strutturate così bene e che danno ai loro protagonisti possibilità così ampie di espressione e di rapportarsi con se stessi e gli altri a queste latitudini di qualità.
Rapporti che riguardano tutte le posizioni famigliari, ma anche quelle dei singoli con il proprio stato e la burocrazia che li sovrasta, a partire dalla sapiente prospettiva iniziale dell’interrogatorio dei due coniugi.
La storia è molto ampia e si apre come un ventaglio, aggiungendo passo dopo passo sempre nuovi elementi che cambiano sensazioni e prospettive emotive con dubbi, irascibilità, paure, certezze che si affievoliscono, prese di posizioni mutevoli e passi necessari che lasciano segni indelebili nella vita (per esempio, il dover mentire per salvare un proprio caro o se stessi).
Ed è così che una tensione latente primeggia incontrastata nella seconda ora, davvero filante e coinvolgente che convince ed appassiona quasi in ogni singolo passaggio, facendo venir voglia di rivederlo subito per fare un rewind di tutto quanto inserito ed assorbito.
Senza scondarci di un finale che rimane scolpito nella memoria, talmente semplice e silenzioso da lasciare in piena soggezione fino all’ultimo fotogramma che lascia spazio allo sfondo nero.
Si tratta dunque di un lavoro davvero interessante, piena conferma di un talento da tenere in debita considerazione in futuro (anche il precedente “About Elly” merita di essere visto), premiato con grande merito con tutti i riconoscimenti possibili, dall’Oscar come miglior film straniero al dominio assoluto al 61° Festival di Berlino (premi come miglior film e per le interpretazioni maschile e femminile).
Serrato.
VOTO : 8/10.
Regia decisamente avvolgente, notevole nel rendere al meglio dialoghi e situazioni che si sormontano in un costante e riuscito crescendo narrativo.
Sente molto il ruolo e offre tanto al suo personaggio.
Espressiva e decisamente brava.
Ruolo che richiede molta presenza per diverse sfumature ed alcuni frangenti in cui deve salire parecchio di tono.
All'altezza.
Altro ben ruolo con tanti aspetti sempre in evoluzione.
Buona l'interpretazione che da ampio risalto ai connotati del personaggio.
Brava a far emergere i diversi sentimenti che contraddistinguono il suo fragile personaggio.
Sorprendente.
Ragazzina intelligente alle prese con un ruolo interessante e ben sviluppato.
Brava.
E' il giudice che in pochi istanti deve ascoltare e prendere decisioni.
Serio e composto, ruolo emblematico e riuscito.
Discreto.
Attrice che dismostra di sapersi muovere bene in scena.
Discreta.
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Bella recensione: per quel che può contare, concordo su tutto, pure sul voto. Forse la sceneggiatura è fin troppo minuziosa, poteva lasciare di più all'immaginazione, ma certo il film alla fine ti colpisce, ti trascina, ti coinvolge. Una mia considerazione personale: nello sguardo di Farhadi ho però colto una certa misoginia di fondo. I personaggi femminili del film, se si toglie la bambina, sono tutt'altro che positivi. Mentre i due mariti del film mi sembrano più che altro le vittime di una situazione determinata, appunto, dalle donne. Solo una mia impressione? Che ne pensi?
Ciao Lorebalda, se si guarda da dove nasce tutto (ovvero la richiesta iniziale di divorzio di Simin ed il lavoro fatto di nascosto dalla donna incinta) il tuo punto di vista ci sta tutto, io invece ho visto nel prosieguo più dubbi sulla possibilità di risolvere la cosa in maniera disonesta da parte della donna che perde il feto (non vuole giurare il falso sul Corano) e la volontà di Simin di provare a ricomporre la sua famiglia, mentre i due uomini invece sono disposti a scendere a patti e dichiarare il falso pur di risolvere i propri problemi (il carcere per Nader ed i debiti pregressi per l'altro).
Insomma i due uomini mi son parsi tutto fuorchè degli stinchi di santo.
;-)
Anche se, alla fine, Nader non vuole mentire perché, in fondo, è convinto della propria innocenza. E il film la sua innocenza la suggerisce alla fine, secondo me. Per questo ero un po' deluso dall'eccesso di spiegazioni della sceneggiatura: mi è parso che, alla fine, tutto si potesse spiegare fin troppo bene, e che le responsabilità di Nader e della moglie fossero mal distribuite. Ma è vero, anche i due uomini non sono personaggi del tutto positivi. L'ambiguità rimane: un'altra ricchezza del film?
Sicuramente l'ambiguità è un pregio del film, d'altronde le carte vengono rimescolate più volte ... prima crediamo ad una cosa, poi ad un'altra, poi di nuovo a quella di prima, ma non per indecisioni della sceneggiatura, ma per una sua precisa volontà.
Comunque alla fine Nader sa che è innocente (il feto si sa ormai che è perito per altri motivi), ma non per questo smette di mentire non ammettendo di aver sentito benissimo che la donna fosse incinta.
Secondo me questo rimane un pregio, un bel rebus che fa porre domande e che porta gli spettatori a farsi idee anche diverse, questo il cinema lo dovrebbe fare più spesso!!
:)
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