Regia di Mark Romanek vedi scheda film
E l’amore? sempre disperato, ma esiste, su quello nessuno può farci niente, nemmeno impedire che nasca fra i cloni.
Dal romanzo omonimo del 2005 di Kazuo Ishiguro, già autore di Quel che resta del giorno, diventato film nel ’93 per mano di Ivory, Never Let Me Go fu presentato nell’ottobre 2010 al London Film Festival.
I protagonisti, Carey Mulligan, Keira Knightley e Andrew Garfield, recitano in stato di grazia, soprattutto la Mulligan, guidati da una regia abile che traduce una materia così a rischio di enfasi e sovradosaggio emotivo in una storia delicata, in bilico continuo fra realtà e fantascienza, dove la tematica scientifico/filosofica della clonazione, dei limiti etici, del peso dei sentimenti sul destino dell’uomo, non sovrasta, si delinea e chiarisce poco per volta, quasi a lasciar sedimentare il tempo necessario a dare spessore umano a personaggi e ambienti.
Un film che non tradisce il libro, c’è la stessa attenzione di Ishiguro alla creazione di atmosfere, merito anche della magnifica fotografia di Adam Kimmel e delle musiche di Rachel Portman.
La sceneggiatura adatta il dialogo al minimalismo di un mondo circoscritto e protetto in cui non si va, pena pericoli tremendi, oltre la siepe di recinzione dello splendido parco in cui sorge il castello stile Tudor, sede di Hailsham, il college per cloni allevati per diventare, a tempo debito, “donatori” di organi, migliorando così le sorti dell’umanità.
I bambini, poi giovani adulti, parlano un linguaggio scarno, proprio di un mondo artificiale in cui si procede su binari programmati, ma, ed è qui il pregio del film, è tutto molto naturale, di quel realismo inquietante che gli interni pieni di ombre e fuori del tempo di un castello inglese normalmente suggeriscono.
Lo spettatore s’interroga su questo strano college, com’è naturale, ma l’ipotesi fantascientifica tarda a farsi strada.
Si arriva per gradi alla comprensione della verità agghiacciante, ma ormai il feedback è al punto giusto per conciliare senza soprassalti il valore teoretico di metafora del mondo con la storia molto, troppo umana, di Kathy, Tommy e Ruth, tre amicizie e un amore nati al di là di ogni ragionevole previsione, e la commozione scaturisce dalla stessa fascinazione di una storia vera.
Un messaggio importante è sotteso alle immagini di questo bel film, vero, dolce, intenso e discreto, e ci coinvolge in una valutazione morale che va oltre la trovata fantastica, l’invenzione futuribile.
Le due prerogative che restano all’uomo per continuare a dichiararsi tale, al di là di ogni tentativo di annullarne l’identità e l’unicità, l’arte e l’amore, possono ancora essere considerate baluardi validi, presidi adatti a contrastare il nulla che avanza?
Può l’umanità retrocedere dal suo egoismo che la porta a creare perfino cloni di sè stessa, pur di avere prospettive di vita migliore?
Il college di Hailsham aveva introdotto una variabile, un piccolo museo, una galleria di quadri fatti dai bambini.
L’intento era capire se i cloni hanno un’anima.
Ora Hailsham è stato chiuso, dice una severa Charlotte Rampling, una parte piccola ma una grinta da grande attrice, i cloni continuano ad essere prodotti come polli in batteria.
E l’amore? sempre disperato, ma esiste, su quello nessuno può farci niente, nemmeno impedire che nasca fra i cloni.
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