Regia di Michael Mann vedi scheda film
Se è vero, come cantava De Gregori, che tra il bufalo e la locomotiva la differenza salta agli occhi, perché «la locomotiva ha la strada segnata», mentre «il bufalo può scartare di lato e cadere», allora si può azzardare che, nel nostro caso, Dillinger è il bufalo e Purvis la locomotiva, dato che il poliziotto ha la strada segnata dalla legge e dal percorso che il criminale decide per sé stesso e per i propri inseguitori.
Ma va anche detto, parafrasando un Autore cui il Mann di Nemico pubblico mi sembra guardi con almeno un occhio, che quando un uomo con il bufalo incontra un uomo con la locomotiva, l'uomo con il bufalo è un uomo morto. Anche perché la locomotiva di Purvis aveva sì la strada ferrata, ma si prendeva spesso la licenza di scartare di lato rispetto alla legge. E grazie a Dio, si direbbe, poiché, nonostante l'alone di fascino di cui lo circonda il regista, Dillinger e la sua banda (dal fido Homer al famoso criminale Baby Face Nelson) erano davvero dei nemici pubblici.
Non essendo un fan di Michael Mann e non avendolo seguito lungo tutta la sua parabola (di cui ho apprezzato soprattutto Strade violente e Alì), non resto deluso da un'opera che molti hanno giudicato ripetitiva ed apprezzo soprattutto la perizia tecnica del regista e l'umiltà di rivolgersi a modelli consolidati, senza la presunzione di ritenere di poter inventare chissà cosa di nuovo. Per alcuni aspetti, lo stile di Nemico pubblico mi ha ricordato Sergio Leone, per altri, soprattutto nel finale con quel gesto di pietas del rude poliziotto verso la vedova, Sam Peckimpah.
A film come questo, che guardano all'epica più che alla storia, non si deve chiedere di rispettare il dato puramente cronachistico, che Mann stravolge fin dall'inizio, presentando Purvis attraverso l'uccisione di Pretty Boy Floyd (ottobre 1934), che è successiva a quella di Dillinger (luglio 1934).
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