Regia di Claudia Llosa vedi scheda film
Appena terminata la visione de "Il canto di Paloma" il mio voto sarebbe stato sufficiente. Il fatto è che questa pellicola è così carica di metafore, di analogie, di collegamenti che dopo i titoli di coda ci si ritrova spiazzati. Lasciandola maturare un paio di giorni nella mia testa il mio giudizio è aumentato di almeno una stellina. Si, è vero che il film di Claudia Llosa in alcuni momenti risulta eccessivamente carico di dettagli che appesantiscono la visione, ma questo è il suo unico difetto. Fausta è l'esempio lampante di quello a cui può portare uno stupro fisico e mentale, tra l'altro non subito da lei stessa ma dalla madre. Decide di difendersi, e l'unico modo per difendersi dagli schifosi è fare schifo. E la patata è il mezzo giusto. La patata che si ripresenta nella prova della pelatura, con la buccia che cade come se cadesse dalla vagina. Una vagina difesa da una patata che si guasta, una patata che non fa dei bei fiori e quindi è inutile piantarla. La scalinata infinita. Il pianoforte sfasciato. I matrimoni organizzati. Il cadavere della madre. Il mare. Perle di bellezza, di visioni, come quelle strette nel pugno di Fausta. La paura genera mostri, questo è quello che viene mostrato, possono cambiare i modi o i mezzi, ma questo è quello che provoca. Ma a volte anche le patate riescono a produrre un bel fiore.
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