Regia di Jean Grémillon vedi scheda film
Ultimo risultato di un certo interesse del cinema di Jean Grémillon (dopo realizzerà altri due dimenticabili lungometraggi e qualche documentario), è una summa della sua opera. Malgrado non sia il suo capodopera, è un film comunque da annoverare tra i più belli del periodo per l’originalità della messinscena, la tensione della struttura narrativa, l’ambientazione selvaggia e provinciale.
Un puro Gréimillon, insomma, che contamina la sua caratteristica cifra melodrammatica con una componente più nera e minacciosa: per quanto sembri girare un po’ a vuoto nella prima parte, dominata dai tipici poveri cristi del suo cinema (in questo caso la triste serva con la gobba), dai cattivi senza dignità (l’amante opportunista) e da personaggi assolutamente folli (i fratellastri nobili, di cui uno con le ghette bianche da cui il titolo del film), esplode (o implode?), nella seconda parte, in un turbinio passionale mai eccessivo che non concede nulla di esagerato alle ragioni del mèlo (che in realtà poco hanno a che fare con la razionalità).
Un soggetto universale, profondamente popolare (calato nell’umiltà del villaggio, che vede la nobiltà, anche se decaduta, in un’ottica di sudditanza sociale abbastanza sottintesa), il cui finale onirico ed espiatorio conferisce una dimensione maggiormente favolosa e lirica. Eccellente performance di Paul Bernard nei panni del tormentato ed inquietante Zampe Bianche, già con Grémillon nel bellissimo Lumière d’été.
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