Regia di Aleksej Balabanov vedi scheda film
Il capitano Zhurov pare il corrispettivo sovietico del poliziotto “nazista” di Fatherland di Harris. Ma questa volta sono gli ultimi giorni dell’impero, perché nel 1984, alla vigilia della Perestrojka, il socialismo di reale comincia ad avere soprattutto i sintomi della dissoluzione. Zhurov indaga sul rapimento della figlia di un pezzo grosso del Pcus distrettuale, ma subito la trama si capovolge in mille rivoli, tanti personaggi, ognuno emblematico di una porzione di mondo impazzito. Il Cargo del titolo è l’aereo che nel frattempo riporta i cadaveri dei soldati della non più invincibile Armata (Rossa) dall’Afghanistan. Diciamolo: un grande film. Nonostante i legittimi dubbi sull’univocità dello sguardo e la programmaticità dei caratteri (madri, padri, avanzi di galera, professori atei, stupratori: tutti sull’orlo dell’abisso); nonostante qualche slancio intellettuale poco necessario (riferimenti a La città del sole di Campanella!); nonostante il cinismo che c’è, senza dubbio. Però il regista Balabanov, già autore del sorprendente Brother, non fa sconti a nessuno e racconta dell’atrocità di un’epoca che sembra non finire mai, dove i segni del (neo)consumismo e i reperti del comunismo partecipano della medesima tragedia (umana, sociale, politica). Duro fino a essere sconvolgente, ma implacabile.
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