Regia di Andrea Porporati vedi scheda film
Ascesa e caduta di un picciotto al soldo di Cosa Nostra. Una storia di dannazione e redenzione sullo sfondo di una Sicilia vista tante volte. Il problema di Il dolce e l’amaro non è la mediocrità o tantomeno la scadenza dell’opera, quanto la sua assoluta medietà. È una storia originale? No, ma non per questo il film è deboluccio. Il punto è che manca di epicità, tutto è raccontato con ripetitiva fiacchezza, è privo del tono rapsodico del racconto. Però non vola basso come una fiction, ma neanche riesce a spiccare il volo come una gangster story o un mafia movie di un certo tenore. La regia di Porporati ha i suoi pregi, ma pecca spesso in equilibro narrativo, e infila anche alcune cadute di gusto (il vecchietto siciliano che traduce il siculo del rapinatore vorrebbe essere sarcastico e deplorare l’educazione e l’istruzione dei picciotti, invece lascia incerti) che poteva risparmiarsi. La voce narrante alla lunga secca. Luigi Lo Cascio è bravo, perfino troppo, ma ogni tanto non gli si crede più tanto. Ma si porta dietro il peso del film. Gli altri hanno poco spazio per dimostrare il proprio coinvolgimento, anche se il cammeone di Renato Carpentieri, nei panni di un boss mafioso con velleità pittoriche, è un saggio di maestria recitativa.
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