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Il flauto magico

Regia di Kenneth Branagh vedi scheda film

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Rudy Gonzo

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La recensione su Il flauto magico

di Rudy Gonzo
4 stelle

Penso di far parte di quella fetta di pubblico che un'operazione del genere possa scontentare nel peggior modo: un cinefilo melomane! Una creatura emersa dai peggiori incubi di chi pianifichi di portare al cinema un'opera lirica, e che farebbe meglio - la creatura - a restarsene a casa. Come in questo caso.
Sento Branagh dire che vuole dare un messaggio di pace e di fratellanza attraverso il Flauto Magico, messaggi che in parte sono contenuti nell'opera, ma che attraverso la sua rilettura si configurano come uno stravolgimento e banalizzazione tale da far pensare che il nostro non abbia capito il lavoro di Mozart in primis e che abbia, in ultimo, la profondità poetica di una canzonetta estiva...
Perchè prendere un lavoro finito, compiuto e consolidato, di un grande artista e piegarlo al proprio intento per cercare di fargli dire qualcosa di molto più ovvio di quanto esso contenga in origine? Chiaro: per farsi belli col lavoro altrui... E per un regista che pensa di essere un autore avendo fatto propria l'idea, vecchia come il '900, di trasporre Shakespeare ovunque tranne che dove detto dal medesimo William, è una cosa che va da sè.
Il Flauto magico (quello di Mozart) gode di una fama certo meritata, ma altrettanto certo filtrata e stravolta dalla popolarità di alcuni suoi passaggi (tra tutte la seconda aria della Regina della Notte), che hanno teso a farlo credere quello che non è: una fiaba accompagnata da molta bella musica. Mentre invece è un racconto fantastico, infarcito di simboli, richiami esoterici, mistica massonica e idealismo illuminista, il tutto attraverso la forma del teatro popolare della Vienna del 1791, che voleva le opere come alternanza di teatro recitato e cantato.
Allora: perchè ambientare in un'epoca storica precisa un racconto fantastico senza inventare una giustificazione plausibile per adattare l'elemento irreale e magico a questa visione? Semplice, basta non avere idee, o meglio, basta essere convinti che la trasposizione sia la risposta a qualsiasi domanda, senza capire che, al contrario, è l'origine di altre mille domande, sulle quali, ovvio, si glissa.
E veniamo alla regia vera e propria, altro tasto dolente, coacervo di banalità e déjà vu, che prova a cercare una chiave visionaria finendo nel pasticcio senza meta, fatto salvo il virtuosismo del piano sequenza iniziale. E che invece di far tesoro della messa in scena in studio, dichiarandone l'espressiva falsità (ricordate la bellezza del Barone di Munchausen di Gilliam?), aggiungendo quindi un piano di lettura all'operazione, ne ignora i limiti cercando la realtà con una fotografia e una luce inadeguati, tra le più brutte viste ultimamente.
Se a spingere un artista sono la vanità e il talento, quando quest'ultimo resta a casa...
Se l'operazione deve essere, poi, quella di avvicinare all'opera il pubblico cinematografico, niente di più sbagliato: quello che si può ottenere è di portare al cinema qualche (normalmente esigentissimo) appassionato d'opera, e farlo tornare a casa con l'amaro in bocca.
Insomma: chi già conosce il Flauto Magico si trova di fronte a qualcos'altro, chi non lo conosce, se ne farà un'idea sbagliata.
Bella e degna di ben altro supporto visivo, la parte musicale (parlo dell'interpretazione, ovviamente), con cantanti-attori bravi e in parte e un'ottima direzione.

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