Regia di Woody Allen vedi scheda film
I film di Allen sembrano sempre più limitarsi ad illustrare coscienziosamente le sceneggiature, senza scatti registici. In Match Point l'ambientazione di Manhattan viene adattata alla sua versione inglese, con gli stessi toni della fotografia, simili lussuosi ambienti, la medesima ristretta elitaria cerchia in cui normalmente si svolgono le vicende scritte dall'autore. Manca invece l'umorismo, che mal si addice alla drammaticità crescente della storia raccontata.
Ma quest'ultimo film sembra possedere due anime. Nella prima metà lo stile è piano, privo di scatti, con inquadrature per lo più generali spesso riprese con un asse obliquo, quasi mai frontalmente, come se il regista non osasse affrontare direttamente il materiale e i personaggi a disposizione. Quando il vaudeville tracima nel dramma tragico, lo stile si fa invece più incisivo, le inquadrature più strette, il montaggio leggermente più serrato e la macchina da presa guarda i personaggi in faccia aggredendone l'inquietudine.
Non c'è la ricerca del pathos, né la volontà di coinvolgere emotivamente lo spettatore. Lo sguardo di Allen rimane freddo e distanziato, quasi noncurante della tragedia, che registra con la stessa indifferenza emotiva con cui agisce il protagonista. Il film parla di lotta di classe e arrivismo, di ambizione e amore, di passione e viltà, ma senza moralismi evidenti, ritraendo i personaggi con un inquieto "naturalismo" (inteso in senso ottocentesco: ogni azione ha una sua reazione inevitabile, e segna il destino) che non si vuole cifra stilistica, e con un cinico pessimismo che dà alla vicenda un andamento quasi teorico.
Sul plot di Un posto al sole, Allen inserisce l'eco del suo Crimini e misfatti (e di un bignami di Delitto e castigo, che il protagonista legge) e, ancora una volta come in Belinda & Belinda, gioca beffardamente con il destino: il narratore è il demiurgo, e il caso, che egli controlla, interviene a dare una decisiva svolta alla storia. Come quella palla da tennis (nel prologo del film) che, toccando la rete, può cadere da una parte o dall'altra, stabilendo la vittoria o la sconfitta. O l'anello che, similmente, rimbalza e non cade in acqua, tradendo le aspettative dello spettatore ma assecondando (coup de théâtre!) i desideri dell'omicida.
Nella parte finale, evidenti errori procedurali dell'indagine poliziesca minano la credibilità della conclusione, e il trattamento volutamente irrealistico di quest'unica componente vagamente comica del film aggiunge sardonico sarcasmo ad un "lieto fine" crudele e impietoso. Mischiare le carte delle classi è sempre pericoloso. Ma a volte va bene anche ai socialmente imperfetti (seppur belli), se se ne sanno assumere gli oneri. Poi basta continuare a sopravvivere reggendo la parte. Perché l'attore migliore vive la finzione, anche senza pretendere di recitare, mentre vivere senza dover recitare, se non per ambizione professionale, è solo la frustrante ricerca di un lavoro.
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