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Living the Land

Regia di Meng Huo vedi scheda film

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La recensione su Living the Land

di EightAndHalf
7 stelle

 

Un’infanzia fatta di gente che parte o muore; un film che si intitola “Vivere la terra”. Del sarcasmo? È solo che di morte è fatta la vita, specie in una lontana regione cinese in cui si vive unicamente di grano. La radio del 1991 soffia i lontani (neanche troppo) venti di guerra iraqena e liberazione mongola, e i cambiamenti sociali di una Cina che si avvia alle contraddizioni socio-economiche del presente sussurrano in alcuni degli eventi più drammatici della famiglia del piccolo Chuang: prezzo del grano e del sangue, imposizioni del regime, matrimoni combinati, leggi sul limite del numero di figli ammissibili pene una multa e una vasectomia.

 

Huo Meng, al suo terzo film, sceglie alla regia attente fissità e sontuosi pedinamenti in mezzo al fango e alla polvere, tenendosi a una perenne altezza bambino anche a costo di moncare la profondità di campo, e anzi sfruttando tutti gli ostacoli visivi possibili per alludere a quanto questa vita di stenti sia uguale a se stessa da qualsiasi prospettiva tu voglia metterla. A quanto il mondo sia inesplorabile oltre i confini di una provincia rurale costellata di tumuli funerari. Sarebbe un amarcord se non fosse meglio invece dimenticare; qualsiasi spiraglio onirico non può che proiettare ancora e ancora un’esistenza per cui è praticamente impossibile provare nostalgia, una giovinezza in cui il primo giocattolo per bambini che viene in mente è un proiettile trovato sotto terra, e in cui la salute di un uomo si misura sulla base di quanti umili panini al vapore riesce a mangiare per pasto.

 

Un’esperienza di pessimismo lirico assoluto, infarcito di una cupezza che non fa sconti nemmeno ai momenti più naturalistici. Quando la camera si libra dell’altezza bambino non sarà per proporre una catarsi, ma per evocare un mondo di sola cenere. Possono poco i pensieri citazionisti che lecitamente viaggiano da Jia ZhangKe a Hou Hsiao-hsien (da reintitolare il suo capolavoro, “A Time To Die A Time To Die Again” qui è meglio), passando dagli sguardi infantili di Yi Yi di Edward Yang e per Chen Kaige: Huo Meng sente in un modo solo suo la necessità di raccontare la Storia dal basso e da lontano, non per rievocare della bellezza bensì per esorcizzare demoni mortali e collettivi.

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