Regia di Radu Jude vedi scheda film
Come sempre, quelle di Radu Jude sono cronache sarcastiche di un paese alla deriva. Forse di un intero continente. Kontinental ‘25 non è solo il fratello di Do Not Expect Too Much From The End Of The World, ma ne è il controcampo grottesco financo brutale, altrettanto netto nella scelta di un formato lo-fi digitale, altrettanto scortese con etica e cattivo gusto comuni, altrettanto evocativo di quanta politica ci sia anche nella chiacchierata più inoffensiva e di quanto non esista davvero il disengangement, nonostante sia tanto declamato e rivendicato nel mondo. Proprio visto che nessuno è innocente, comunque, nessuno dovrebbe mai nemmeno prendersi sul serio, sembra dire il film. Forse si dovrebbero invece accogliere le proprie responsabilità e al massimo conviverci senza rompere troppo le palle agli altri.
Il nucleo focale di Kontinental ‘25 è che la ricca ufficiale giudiziaria Orsolya si sente in colpa perché il barbone che stava per sfrattare si è suicidato. Mentre si danna per una colpa non legale ma spirituale che si imputa con insistenza - non ci può nulla né il Buddhismo né il Cristianesimo - intanto si macchia di tanti altri peccati, tutti satelliti di una sostanziale ipocrisia. E mentre la storia di Orsolya scorre come una parabola esemplare di una Bibbia atea contemporanea, Jude insiste su un dispositivo che non si nasconde mai (l’auto-focus della camera si attiva in più occasioni svergognatamente) e che diventa occasione assurda per svelare continuamente il gesto cinematografico. Che non è mimetico, mai, bensì chirurgico e “inquinante”, un bisturi sul modo in cui noi tutti comunichiamo senza dirci nulla, o dicendoci indirettamente quanto ci piace lamentarci senza senso. In Do Not Expect… i personaggi si esprimevano solo tramite proverbi e luoghi comuni; in Kontinental ‘25 i personaggi citano Brecht, parlano latino, bevono calici di vino rosso in bar cinefili arredati con poster di Bunuel e Rossellini, eppure si limitano a gettarsi fumo negli occhi, si puliscono la coscienza, usano una cultura (letteraria, cinematografica) che ci ha processati tutti senza contemplare minimamente il fatto che c’è stata una sentenza e che non è stata d’innocenza.
Jude evita sempre il moralismo e mette i suoi vezzi autoriali nello stesso calderone di tutte le altre disillusioni. L’unico sforzo che può fare (e che fa) per evitare che sia accusato di usare meri alibi retorici è quello di scrivere una grande sceneggiatura comica, forse delle sue la più compatta e “classica”, quasi chapliniana nel suo lungo prologo - una di quelle esperienze di scrittura che ci fa credere che ancora “far ridere” sia “una questione serissima”.
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