Regia di Richard Linklater vedi scheda film
Se il dialogo al vetriolo fosse musica, Blue Moon di Richard Linklater sarebbe l’Opera Tragicomica Finale, qualcosa di vicino al Circo Musicale che Lorenz Hart, mitico compositore americano degli Anni Trenta e Quaranta, avrebbe voluto scrivere prima di morire per adattare una storia su Marco Polo per il teatro. Ma non ci sono canzoni, in Blue Moon; solo parole oscene, comiche e malinconiche sulla peggiore serata della vita di Lorenz, Ethan Hawke in prevedibile stato di grazia, ballerino in un bar palcoscenico in cui una parete è quella del bancone del barman Bobby Cannavale, una parete è quella del pianista Patrick Kennedy, e l’altra parete è la porta da cui potrebbe arrivare da un momento all’altro la ventenne Elizabeth di Margaret Qualley, donna straordinaria per cui Lorenz ha perso la testa.
Devoto alla bellezza, dotato di una logorrea da mitomane, disinibito nella sua bisessualità e acrobata spericolato della favella, Lorenz Hart deve arrendersi all’idea che il collega e partner lavorativo Richard Rodgers (compositore per alcuni brani memorabili come Where or When o, appunto, Blue Moon) sta facendo carriera con un altro paroliere, Oscar Hammerstein II, e che sta ricevendo, nella sera in cui è ambientato il film, tutto il consenso possibile per l’opera per cui avrebbe avuto il Premio Pulitzer poco tempo dopo, Oklahoma!. L’unità di luogo è la scusa per uno sfogo metateatrale del grande regista di Boyhood e Dazed and Confused, che sa allargare e rivelare spazi di una piccola mirabile scenografia secondo l’ingresso in scena o meno di altri personaggi, dando varietà a un concept potenzialmente ingessato. Tanto fa la recitazione, ma molto è anche merito di una sceneggiatura al fulmicotone che non risparmia nessuno dei personaggi, una crivellata di idee umoristiche che portano in primo piano il tentativo estenuante di Lorenz di alleggerire un’esistenza deprimente di accidia e alcolismo. Così alla fine si declina l’impresa di Linklater: un madrigale blues pieno di accenti, variazioni e ingegni, quella zona di comfort sufficientemente riconoscibile per infliggere più forti allo spettatore i colpi più violenti e le più tristi diramazioni di una vita tragica.
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