Regia di Julia Loktev vedi scheda film
Mosca, 2021. Per le giovani giornaliste di Rain Tv, emittente indipendente che fa opposizione al governo di Putin, ogni anno è sempre peggio, e non sembra (almeno non a tutti) che possa peggiorare ulteriormente. Il governo ha deciso di tappezzare le loro trasmissioni con un disclaimer obbligatorio: loro sarebbero tutti “agenti stranieri”, o si riferirebbero ad “agenti stranieri”, quindi in parole povere non sono allineati al regime, e sarebbe meglio non credere a tutto quello che dicono. Rain Tv però va avanti, e continua finché può anche quando finirà davvero per andare peggio, nelle persone di Anna, Ksenia, Sofya, Olga e tante altre, i soggetti dei primi piani guerriglieri (realizzati con un iPhone 10) della regista Julia Loktev, tornata dietro la macchina da presa dopo più di 10 anni di silenzio stampa. Il suo pachidermico progetto documentario sull’esilio forzato di alcune giornaliste russe indipendenti tra il 2021 e il febbraio 2022 - mese dell’invasione russa del territorio ucraino - è un confessionale privato o privatissimo che dimostra come un palcoscenico rovente come quello della libera informazione in Russia riesca a condizionare nel profondo la vita dei singoli, nonostante di questi ultimi si imparino a conoscere quasi esclusivamente i volti, le espressioni, le lacrime, in una negazione costante della profondità di campo. Loktev non si contiene e si appiccica alle sue eroine come una mosca ronzante, ritraendone la graduale resa all’oppressione putiniana e alla necessità della fuga.
È la prima parte di un enorme progetto - che in effetti assomiglia più a una serie tv - cui seguirà il capitolo 2, Exile, ma che è già di per sé diviso in 5 episodi di durata variabile, per la durata totale di 5 ore e mezza. Nonostante ciò, questa prima parte è già un lavoro compiuto che sceglie la vicinanza ossessiva, l’estrazione di tutti i sospiri e i singhiozzi possibili, per rendere il dramma il più “relatable” possibile. E come altrimenti?, considerando che le sue giornaliste sono aitanti donne in carriera, spiritose, appassionate di televisione americana e di Harry Potter, giustamente convinte dell’assurdità del regime di Putin ma capaci di citare solo un paio di volte parole come Crimea e Donbass. Nonostante il tentativo di un polo contraddittorio tramite alcune frasi segnaletiche (“all’Estero pensano sia facile protestare”, “forse non tutti gli ucraini vogliono l’indipendenza ma se fossi una donna ucraina con un bambino piccolo che rischia di morire è chiaro che non direi altrimenti”), la sensazione è che Loktev veda i suoi ritratti più come materiale per l’Occidente che non come occasione persuasiva e attivista per il popolo russo, marchiato a fuoco dall’immancabile veloce accusa di brainwashing. Chiaramente è impossibile immaginare che il film possa essere proiettato in Russia, ma l’operazione di Loktev si fregia costantemente della somiglianza con l’azione delle sue protagoniste, che invece un pubblico russo, interno, fino al 2022 ce l’avevano. Il risultato è quello di un giornalismo che difende una sacrosanta posizione ideologica, pratica, politica (contro un regime totalitario che si maschera di normalità fino anche all’assurdo) ma che non si interroga mai davvero sui luoghi comuni “degli altri”, sulle loro convinzioni stereotipiche, su come nascano e come possono essere approcciate le assurdità del chiacchiericcio comune. La triste sensazione di un giornalismo devoto alla propria bolla. Eroico, da difendere, prezioso, ma che non trova altre parole se non quelle autocompiacenti. Tanto che quando in un servizio le protagoniste devono mettere le dichiarazioni filo-putiniane di un’anziana donna russa, le inseriscono sì nel servizio ma non rispondono, e anzi diventa l’occasione per lamentarsi di qualcuno come se quel qualcuno non avesse le orecchie.
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