Regia di Ben Sharpsteen vedi scheda film
Dumbo è un piccolo elefante al seguito di un circo. La sua particolarità è di avere le orecchie sproporzionate, troppo grandi perfino per camminare. Deriso dagli altri animali, viene difeso dalla madre, che per il suo atteggiamento ostile viene imprigionata. Dumbo deve cavarsela da solo, con l’aiuto soltanto del caritatevole topolino Timoteo…
Dumbo, ovvero quando ancora i cartoon erano roba per bambini. Disegni, tematiche e soprattutto linguaggio sono palesemente creati per piacere al pubblico dei più piccoli. Numerosissime le tematiche trattate, tra cui spiccano quelle della diversità e del valore fondante della famiglia. Per quanto semplice ed economico (come da intenti della casa produttrice, che lo creò per recuperare dal clamoroso insuccesso al botteghino di Fantasia), il quarto lungometraggio Disney ha un fascino magnetico ed è forse il più commovente di sempre (la scena del riavvicinamento tra madre e del è strappalacrime, ma malinconico è anche lo stato d’animo dello spettatore ad ogni insopportabile risata di scherno verso lo sfortunato elefantino). Tecnicamente i tratti della matita si vedono tutti, con un surplus di fascino ulteriore, ma la danza degli elefanti, in un’allucinazione ad occhi aperti, è una sequenza che ancora oggi si ricorda con grandissima lucidità e palesa una modernità tecnica sorprendente.
Da notare che il film perora il punto di vista animalesco: la società è, per la prima volta nella storia del cinema, una società incentrata sugli animali (per quanto parzialmente antropomorfizzati), con la razza umana relegata a razza inferiore, in quanto stupidi e spesso crudeli quasi ferinamente.
La versione italiana, affidata al guru disneyano in Italia Roberto De Leonardis, si fregia delle musiche del Quartetto Cetra e di Miriam Ferretti. Capolavoro assoluto.
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