Regia di Luca Barbareschi vedi scheda film
Soltanto perché Barbareschi è un "fascio", non è detto che debba per forza fare delle cagate. E infatti, secondo me, "Il trasformista" non è una cagata. Forse sarebbe potuto essere migliore, se il regista e i produttori avessero avuto un po' più di coraggio, ma da un personaggio appartenente alla peggior destra italiana non era facile attendersi un'opera del genere. E' vero, Barbareschi corre continuamente e pericolosamente, e quel che è peggio consapevolmente, il rischio del più bieco qualunquismo, dicendoci che "in fondo sono tutti uguali", anche perché quelli di destra vengono dal centro e quelli della sinistra dalla destra. Tanto è vero che Viganò è in fondo "uno di noi" che populisticamente è eletto al Parlamento per oscure manovre affaristiche che nemmeno lui s'immagina e alla fine diventa uno di sinistra che si comporta come uno della peggior destra ("Toglietemeli di torno"). Però la scelta di interpretare questo protagonista che non diremmo del tutto abietto (in fondo vuol fare una legge per gli alluvionati, vuole sapere per cosa si vota quando si vota, critica gli assenteisti e i "pianisti"), ma uguale a tanti altri (accetta compromessi, si fa l'amante, spia i colleghi), somiglia a quella di Nanni Moretti quando interpretò Botero nel "Portaborse". E Barbareschi non arretra quando si tratta di darci uno spaccato della "sua" parte politica: il personaggio di Burruano - bravissimo - somiglia a troppi deputati di Forza Italia per essere casuale. Ed anche la scelta del finale pessimista testimonia della non ruffianeria dell'autore. Vi sono comunque anche parti meno credibili, come gli episodi di cui è protagonista Luigi Diberti, un ex democristiano che milita nelle file del centrosinistra: probabilmente puntava su di lui per la satira della "parte avversa", ma il personaggio è allo stesso tempo troppo caricato e poco rappresentativo: dove sono "quelli di sinistra"? Non poteva mettere in scena un bel comunistone o almeno un diessino? Barbareschi si limita agli ex DC, a un verde interpretato da Ugo Conti e a un vecchio laico, affidato alla figura stranamente credibile e quasi politicamente autorevole di Raffaele Pisu. Pare che siano scomparsi i riferimenti alle vicende di droga contenuti nella sceneggiatura originale: non che fossero assolutamente imprescindibili, ma il taglio è testimone dell'assenza del coraggio di andare fino in fondo. Tuttavia, anche così lo spettacolo regge fino in fondo e il risultato è sufficientemente gradevole.
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