Regia di Luis Buñuel vedi scheda film
L'angelo sterminatore è la paura, che tiene in ostaggio la borghesia, impedendole di mescolarsi con il resto del mondo. Questa ossessione sottile e inconfessabile, che si affaccia sistematicamente negli incubi notturni, è una micidiale mistura di pregiudizi, superstizioni, manie, che riduce le sue vittime ad un gregge (gli agnelli) o ad un branco di animali ammaestrati (l'orso al guinzaglio). I palazzi in cui si tengono i ricevimenti, e le chiese dove si celebrano i riti domenicali, diventano ovili e circhi equestri, in cui bestie selvatiche in cattività sfogano le proprie paranoie in uno spettacolo primitivo e degradante. Fuori dagli schematismi di forzose convenzioni, l'elitarismo dell'alta società si rivela il terreno di coltura di istinti repressi, pullulante di vizi e debolezze: la prigionia autoimposta – di cui il film presenta una metaforica esasperazione - toglie l'aria, costringe alla promiscuità, e sottrae agli individui l'intimità necessaria a coltivare le proprie personali perversioni. Queste, se trasportate all'esterno, si trasformano in germi contaminanti, in veleno per l'ambiente circostante: nessuno, infatti, possiede in sé gli anticorpi per i morbi dell'anima altrui. Luis Buñuel presenta l'elemento surreale come l'incarnazione ectoplasmica della degenerazione morale dovuta alla combinazione di geni incompatibili, di mutazioni solitarie e gelosamente chiuse nella propria deviante irripetibilità. Nel momento in cui la facciata dell'etichetta si sgretola, la superficiale armonia si rompe, lasciando tutti nell'incapacità di decidere come comportarsi. Diventa impossibile, allora, ritornare alla normalità, perché si è perso il filo del copione, il ritmo della finzione scenica che si è come inceppata. Basta una piccola stonatura, una lieve distrazione, perché l'incanto si spezzi e la confusione rapidamente si propaghi, causando un blocco generale degli ingranaggi. Quello che Buñuel mette in scena, nella villa tenuta sotto assedio da un blackout psicologico dei suoi occupanti, sembra la versione ante litteram di un reality televisivo, in cui i "famosi" sono sottratti, non tanto alle loro comodità, quanto alle loro certezze di casta, senza le quali il loro universo, fatalmente, crolla.
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