Regia di Roman Polanski vedi scheda film
Polanski realizza un’opera estremamente personale, stilisticamente impeccabile nonché dall'infallibile tensione drammatica, che si configura sia come una straziante testimonianza delle atrocità compiute dai Nazisti nel ghetto di Varsavia durante la Seconda Guerra Mondiale, sia come una toccante riflessione sul potere salvifico dell’arte.
Memore del periodo più buio che il mondo abbia mai vissuto negli ultimi secoli, il grande Roman Polanski realizza un’opera estremamente personale oltre che dall’infallibile tensione drammatica, che si configura sia come una straziante testimonianza delle atrocità compiute dai Nazisti nel ghetto di Varsavia durante la Seconda Guerra Mondiale, sia come una toccante riflessione sul potere salvifico dell’arte, unico ideale di sopravvivenza dell’emaciato protagonista interpretato con ammirevole intensità da un bravissimo Adrian Brody. Ad una prima parte descrittiva e quasi corale, che mostra con un realismo ineccepibile e con un tono drammaticamente consapevole le condizioni disumane del popolo ebraico, si contrappone una seconda parte stilisticamente molto più polanskiana, in cui la fotografia desaturata e la scenografia decadente rispecchiano perfettamente lo stato fisico e psicologico del protagonista, solo, debole e costretto all’interno di un luogo svuotato di qualsiasi forma di umanità. Probabilmente, l’unico limite del film è quello di non uscire mai dalle convenzioni del suo genere, quello del filone storico-drammatico, rischiando quindi di somigliare molto (forse troppo) a pellicole come Schindler’s List. Tuttavia, le due opere potrebbero essere considerate anche come “due facce della stessa medaglia”, tanto importanti quanto straordinarie. Vincitore di 3 Premi Oscar e della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2002: tutti premi meritatissimi, come le 4 stelle.
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