Regia di Nicole Garcia vedi scheda film
“Per quindici anni tutti hanno creduto a Jean-Marc Faure”, avverte la didascalia iniziale: lui diceva di avere un posto alla OMS di Ginevra e invece non si era mai laureato in medicina, passava il suo tempo dentro l’auto parcheggiata in piazzole di sosta, si rifugiava in alberghetti per fingersi in trasferta di lavoro e prosciugava i conti di parenti e amici per sopravvivere. La storia, per quanto vera, non è verosimile, il che pone qualche problema narrativo: non era opportuno farla durare due ore, perché i dubbi che assalgono la moglie verso la fine (“Non ci porti mai da nessuna parte, ci fai vivere come selvaggi”) sarebbero dovuti nascere molto tempo prima. Oltretutto Faure si rivela non tanto un bugiardo cronico quanto un vero psicopatico: quindi non si capisce come abbia avuto l’abilità e la freddezza per tenere nascosto il suo castello di menzogne e per reggere allo stress mentale, riuscendo persino a gestire una relazione adulterina. Il confronto con A tempo pieno, che racconta la stessa vicenda, è perdente: questo si limita a raccontare un dramma personale, mentre il film di Cantet (pur non sfociando in tragedia) si allarga ad analizzare l’identificazione perversa fra l’uomo e il proprio lavoro.
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