Regia di Tina Satter vedi scheda film
Non sarebbe sufficiente dire che Reality di Tina Satter sia tratto da una storia vera. È invece il re-enactment di una registrazione - un found recording adattato a schermo - per interpretare una situazione bigger than life ambientata nell’arco di 105 minuti (che il film contrae a 86 con minime ellissi): Reality Warren viene interrogata da due agenti dell’FBI sulla presunta diffusione di documenti classificati, illegale per le normative agenti nell’NCS, azienda statale nella quale Reality svolge il ruolo di traduttrice dal farsi all’inglese. Per chi non conosce l’evento di cronaca che smosse gli USA nel 2017, Reality è un thriller del dubbio che isola i volti della brava Sydney Sweeney dentro quattro pareti spoglie (una sala di casa sua che lei non ha mai arredato), gestendo con l’ansia di un kammerspiel la passivo-aggressività dei due agenti e l’ansia di Reality; con questa ostinazione, finisce per diventare protagonista incontrastata la faccia stessa di Reality, contratta fra stupore, menzogna, senso di rivalsa. Per chi conosce la cronaca forse del film rimane solo la curiosità feticistica per interpretazioni e senso del montaggio (sottile ma con soluzioni da serial crime) e l’attesa per la chiave di lettura che si fa della vicenda a fine film; in compenso, Satter gioca al gioco del “found footage” quando rompe la finzione scenica per inserire foto, documenti, video, tg, sorprendenti sincopi nelle porzioni “mascherate” della vera trascrizione, fingendo un’adesione massima alla realtà. Salvo poi scoprirne le fratture, le parzialità, con un espressionistico missaggio audio-video da non dimenticare.
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