Regia di Sam Mendes vedi scheda film
Ultimo lungometraggio diretto e sceneggiato - oltre che coprodotto - da Sam Mendes, Empire of Light è un titolo che sa fare tesoro di alcuni elementi formali, contrapponendoli ad una narrazione poco approfondita e mal curata nei dettagli.
La storia si dipana attorno all'Empire Cinema di Margate, situato lungo la costa sud dell'Inghilterra, con una cornice temporale corrispondente a quella dei primi anni '80. Hilary (Olivia Colman) è la vicedirettrice dell'esercizio: si contraddistingue per un rapporto adultero con il boss Donald Ellis (Colin Firth), legato a Brenda (Sara Stewart) per mezzo di un matrimonio ormai totalmente spento. Nello staff non mancano altri personaggi costruiti per maschere, a partire da tratti esteriori e dei quali si sa veramente poco oltre alle apparenze, come la punk Janine (Hannah Onslow), Neil (Tom Brooke) o il proiezionista Norman (Toby Jones).
Gli equilibri di questo microcosmo chiuso vengono rotti dall'arrivo di Stephen (Micheal Ward), un giovane che in attesa di accedere al college trova impiego proprio presso l'Empire Cinema. La prestanza del ragazzo ed il suo indiscusso carisma giocano un ruolo chiave negli apprezzamenti dell'universo femminile, a partire da Janine. Ma è con Hilary che si innesta una vera e propria storia d'amore, tra altri e bassi: la vicedirettrice, difatti, ad un entusiasmo iniziale fa presto subentrare i timori, le paure e le angosce della sua storia passata - della quale, ad onor del vero, veniamo a sapere davvero poco.
Sullo sfondo (ma non troppo), si stagliano anche un paio di episodi razzisti che segnano la psiche di Hilary e che offrono un piccolo assaggio di quella realtà complicata che era il Regno Unito all'alba degli anni '80. Anche qua, però, si assiste a delle sequenze che non contribuiscono a dare forma ai personaggi; la sensazione è quella di aver a che fare con episodi a sé stanti, distaccati dal resto della trama.
Ma quindi è un brutto film? Non del tutto. La fotografia (unica nomination agli Oscar), ad opera di Sir Roger Deakins, è un tripudio di controluci, campi di ogni tipo, sapienti composizioni e sorprendenti utilizzi della luce - che in un titolo come Empire of Light non possono che rappresentare un elemento di assoluta centralità. Norman, il vecchio proiezionista, a sua volta si rende protagonista di alcuni bei spunti sulla storia materiale e pratica del cinema, mostrando al giovane Stephen (ed anche allo spettatore) la bellezza di quel ruolo nell'industria cinematografica, tanto invisibile quanto imprescindibile; a mio parere, tra i personaggi secondari, Norman è quello più degno di nota.
Il boss Donald, invece, dopo l'entrata in scena di Stephen, si pone sempre più ai margini della scena, fino a sparire; un vero peccato, tenuto conto delle doti di Colin Firth.
Olivia Colman fa del suo meglio per conferire al suo personaggio spessore e credibilità, ma i buchi di trama ed una scarsa attenzione ai dettagli nella sceneggiatura sono troppo anche per lei. Micheal Ward riesce a portare a casa il proprio compito con minori problematiche, ma anche perché Stephen non possiede - in primis, per motivi anagrafici - quella profondità biografica che, invece, avrebbe Hilary nel proprio arsenale.
Un'occasione sprecata, perché sul piano formale il titolo ha fatto intravedere ottime cose. Ciò che manca è la sostanza e lo spessore dei personaggi, spesso incapaci di emergere del tutto e soffocati sotto ad una incomprensibile superficialità.
In periodi di magra filmica avrebbe ottenuto un riscontro migliore probabilmente; ma in questa fase, nella quale il confronto con alcuni dei migliori lungometraggi dell'anno è immediato, Empire of Light soffre terribilmente.
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