Regia di Matteo Garrone vedi scheda film
Un Capitano di 16 anni
L’impatto è immediato…un tuffo nei colori, molto vivaci, di un’apparente vita tranquilla in una cittadina semidistrutta del Senegal, tra semplice e genuina quotidianità e feste celebrative per questa. Il contrasto è evidente, perché la popolazione gioisce per la vita, anche se non corrisponde a quella che, in qualche modo, è penetrata nella loro, ma che appartiene a una dimensione sin troppo altisonante di una geopolitica ben precisa e fredda. Questi sono i presupposti di Seydou e Moussa (gli stessi nomi degli attori), fratelli-cugini, ma legati soprattutto da quell’amicizia ironica, che li lega in una simpatica rivalità “sportiva”, rappresentata da quelle magliette, mai pulite, delle eterne rivali calcistiche spagnole, Barcellona e Real Madrid. Quelle divise non saranno solo i vestiti reali di ragazzi di un terzo mondo, ma diventeranno lentamente il leit motiv del film stesso, talmente evidente da non farsi notare. La storia, comunque, non è solo quella di denuncia di un fenomeno sempre più invadente e sempre più difficile a risolversi, perché inaccettabile, sotto ogni punto di vista. Le trappole e le difficoltà (si fa per dire…) che il loro sogno incontrerà, sono le stesse che inevitabilmente aspettavano il cammino prescritto da Matteo Garrrone, che qui mostra tutta la sua competenza e conoscenza del mondo cinematografico. Il regista, infatti, non cede alla facile tentazione della retorica dell’argomento, sin troppo inflazionato in questi tempi, per riportarlo all’arte pura, che invece lo ha rinvigorito notevolmente. I colori, ad esempio, che hanno un valore simbolico, oltre che descrivere gli scenari mozzafiato dell’esotica Africa, come la maglietta verde che Seydou indossa, quando la speranza si accende sul suo volto alle parole del cugino, “partiamo”. O la maglietta grigia, indossata nella più truce delle situazioni, nella prigione delle torture. Garrone, infatti, cita a piene mani il più noto (ma solo per il momento…) Marc Foster (Quantum of Solace, Neverland, Il cacciatore di aquiloni), nel tentativo di imbrigliare i vari panorami, dando movimento a genti che vivono non il nostro estetico sogno, ma il loro, ormai, incubo. Tutto il film è girato con gli occhi di Seydou, ragazzo sedicenne e quindi in formazione, come tutti i suoi coetanei, che nutre ora la sua aspirazione da godere in età adulta. E il suo viso, quasi sempre in primo piano, ce lo mostra. Ma il nostro regista non rinuncia ai classici. Come non pensare a Dick Sand, il capitano di quindici anni di Jules Verne, ben più esperto del nostro Seydou, ma come lui costretto a comprendere il reale mondo attraverso una tremenda odissea. E lo stesso Omero entra in gioco quando il capitano dal grande cuore scorge finalmente la Sicilia, quasi chiudendo gli occhi per la spossatezza sopraggiunta, proprio nel momento in cui il traguardo sembra vicino, come lo fu per Ulisse quando vide, al primo tentativo di rientro, la sua amata Itaca. Ma, proprio come Ulisse, che in quell’occasione Itaca non toccò, a causa dei venti fuoriusciti dall’otre, così Seydou vede sbiadire sempre più il suo sogno e quello di un altro ragazzo che lo guarda ammirato, come i colori delle loro maglie, il Barça, che ironicamente ha lo sponsor dell’Unicef, e l’Olympique di Marsiglia, squadre di città costiere che rifiutano i vari attracchi dei migranti, nei viaggi della speranza. In soccorso alla nave del nostro capitano, infatti, non va un’altra imbarcazione, bensì un elicottero, a cui Seydou urla di essere il capitano. Ma dall’elicottero non scende niente, non si sente niente, se non il sempre più forte rumore metallico delle eliche che fanno da sfondo a una evanescente costa italiana. Il pensiero corre a “The end” dei Doors, in Apocalypse Now. Perché il finale è aperto. Più che mai. È la fine di un incubo o della stessa speranza?
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