Regia di Ingmar Bergman vedi scheda film
E' un film complesso, che bisogna vedere più di una volta; non dico per esaurirlo, ma almeno per addentrarvisi di più e per rifletterci sopra. Il cast è praticamente lo stesso de "Il posto delle fragole", e vi sono pure le stesse fragole nel cestino dell'altro film.
Secondo me la pellicola è essenzialmente una riflessione sulla realtà della morte, inevitabile per tutti, e sull'esistenza di Dio. Il personaggio di Max von Sydow rappresenta secondo me lo stesso Bergman, con i suoi interrogativi e i suoi drammi interiori. Desidera credere in Dio, vi anela, ma non ci riesce. Sente il bisogno di Dio, ma sente anche un impedimento interiore a crederci. Non per questo, però, il suo anelito si sopisce, o getta la spugna per approdare all'ateismo. I monologhi del personaggio su questo tema, e i suoi dialoghi con la morte, sono affascinanti. Ciò che manca nel suo cuore, assieme alla fede, è anche l'amore e la pace interiore. Dentro di sé trova solo aridità e sconforto. Dio sembra essere una realtà assente o irraggiungibile, di cui pure però prova un disperato bisogno. Il suo desiderio di Dio è tale che gli viene in mente l'idea paradossale di chiedere al demonio che gli parli dell'Onnipotente.
Accanto a questo, che è un po' il protagonista, troviamo una rosa di altri personaggi, che sembrano simboleggiare ciascuno un atteggiamento interiore o un tipo di persona: lo scettico, lo spensierato, l'imbroglione, la donna fedele, quella scostumata... La famigliola degli attori girovaghi è quasi un'oasi di serenità in un mondo devastato dalla peste, intriso di superstizione, che onora Dio con le labbra ma non con le azioni. Forse il regista svedese vedeva il cinema come un'isola di pace nel travaglio della vita, dove si sentiva a suo agio.
Nonostante la drammaticità degli interrogativi di cui sopra e l'incombere della morte, il film sembra prospettare alla fine una specie di compromesso, come un modo per affrontare la vita e la morte senza soffrire troppo.
La rappresentazione del Medioevo è quanto mai negativa, caccia alle streghe compresa, anche perché Dio è assente dal mondo. L'umanità si agita confusamente alla ricerca di Lui, ma fa solo disastri. La psicosi delle streghe fu in realtà un fenomeno soprattutto del Seicento, quando dilagò specie nel Nord-Europa, e assai poco dell'epoca delle crociate; in fin dei conti, però, il regista non vuole redigere un film storico, ma cercare di rappresentare interrogativi eterni, come l'eterna precarietà della condizione umana, e mali umani permamnenti, come la cattiveria senza motivo. Tuttavia l'unico personaggio veramente spregevole è quello del predicatore ladro, che compare a tratti durante il film e disgusta ad ogni passaggio. Gli altri sono, in misura diversa, dei poveretti o delle vittime di situazioni sbagliate.
L'idea della partita a scacchi con la morte, dove questa vince sempre, è geniale. E' un film profondo e forse anche difficile, da capire a poco a poco, che denota tutto lo spessore umano del regista svedese. PS: Il doppiaggio italiano è dei migliori.
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E QUANDO L’AGNELLO EBBE APERTO IL SETTIMO SIGILLO, SI FECE SILENZIO NEL CIELO PER LO SPAZIO DI CIRCA MEZZ’ORA. E IO VIDI SETTE ANGELI CHE STAVANO IN PIEDI DINANZI A DIO; E AD ESSI FURONO DATE SETTE TROMBE. E UN ALTRA… IL PRIMO ANGELO SUONO’, E PIOVVE GRANDINE E FUOCO MISTI A SANGUE, CHE FURONO SCAGLIATI SULLA TERRA; E LA TERZA PARTE DEGLI ALBERI FU BRUCIATA E TUTTA L’ERBA VERDE FU BRUCIATA. E IL SECONDO ANGELO SUONO’, E FU COME SE UNA GRANDE MONTAGNA DI FUOCO FOSSE PRECIPITATA NEL MARE; E LA TERZA PARTE DEL MARE DIVENNE SANGUE… E IL TERZO ANGELO SUONO’, E DAL CIELO CADDE UNA GRANDE STELLA, ARDENTE COME UNA TORCIA, E CADDE SULLA TERZA PARTE DEI FIUMI E SULLE SORGENTI DELLE ACQUE. IL NOME DELLA STELLA E’ ASSENZIO… L’ambientazione medievale, amplificata da una scrittura fortemente evocativa, rappresenta certamente una metafora dell’eterna condizione umana, ed è esaltata dal sorprendente fascino figurativo, denso di richiami pittorici (da Dürer al Trionfo della morte dell’Orcagna, dalle incisioni in legno di Hans Behar, ai dipinti presenti nelle chiese, quella “Pittura sul legno” alla quale si richiamava appunto il titolo dell’opera teatrale sempre di Bergman da cui trae spunto il canovaccio narrativo) nel cupo contesto di una “costruzione” quasi espressionista resa magnificamente dallo splendido bianco e nero di un eccezionale Gunnar Fischer. Il contrastato rigore della sua fotografia presenta una gamma infinita di grigi e di contrappunti violenti che riescono a valorizzare pienamente l’ossessività di questo fosco periodo di transizione, l’incombere opprimente dell’ineluttabile, l’incalzare degli orrori e degli esorcismi (di particolarissimo pregio figurativo la processione dei flagellanti colta in controluce fra la polvere, le immagini in riva al mare o le funeree atmosfere del castello, fino alla indimenticabile stilizzazione in campo lunghissimo della danza dei “defunti” guidati dalla morte con la falce - che finalmente riassume le sembianze dell’iconografia storicizzata - e che Mia e Jof “vedono” da lontano, quasi si trattasse di un sogno o di una apparizione).
Grazie spopola, come sempre informatissimo. In effetti, guardando il film, si ha la sensazione che ogni inquadratura sia studiata co cura, sia per la posizione degli oggetti che per quella degli attori. Interessante anche il fatto, come tu accenni alla fine, delle scene che non si sa se siano apparizioni, immaginazione del personaggio o reali (quella finale o quella prima della Madonna col Bambino).
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