Regia di Clint Eastwood vedi scheda film
Ha ancora voglia di ballare, il vecchio gringo Clint. E di spazi aperti, scenari di frontiera, tramonti, silenzi, cowboy, iniezioni country, problemi e come risolverli: alla sua maniera.
Attitudine ammirevole, marchio inconfondibile, sguardo fiero, battuta tagliente, cappello d’ordinanza, senso per ciò che è giusto implacabile, serenità acquisita per diritto; ma è oltre, oltre i bianchi steccati della (peggior) maniera (post-eastwoodiana).
La sua camminata – l’ultima, ancora – verso e dentro una nuova avventura in celluloide è – spiace dirlo, spiace assistervi – il passo (in)animato in stop-motion di una mummia: mai credibile, per falcata, cavalcata, turpiloquio, pose, gesti, parole, pugni, controparti, effusioni.
Più che tenerezza (il simpatico gallo combattente “Macho”, il rapporto con l’adolescente difficile, le femmine della locanda, gli agresti messicani del paesello brava gente), domina indomita della tenerezzitudine: nell’approccio sentimentale tra Clint-(fu) uomo tutto d’un pezzo e la pia donna messicana si raggiunge il culmine dell’imbarazzo che già pareva una vetta superata prima curva dopo curva attraverso mesti spostamenti progressivi del turbamento [perplessità-sorpresa-incredulità-disagio-sconcerto-rassegnazione-vabbè].
Una scrittura raggrinzita, incredibilmente goffa, densa di passaggi fuori fuoco e personaggi danzanti s’una grottesca linea tra ridicolaggini da telenovela e bolsa retorica da anonima folk ballad: testo, sottotesti, istanze, contenuti, metafore paiono rivenire da un’epoca persino più remota della sua ambientazione nominale (1979-1980).
Ecco, forse un film così avrebbe avuto un senso (di esistere), a quei tempi, tutt’al più. Fosse una cosa di fine anni settanta, a guardarlo (con gli occhi di) oggi – a osservare quelle figure mal concepite (specie femminili!), certi siparietti da palinsesto televisivo – lo faremmo con quel misto di ammirazione e compassione che meriterebbe, forse.
L’Eastwood regista e produttore si limita a riproporre passivamente l’immaginario ammuffito della carta, a firmare e filmare (con) la sua leggendaria semplicità, a spargere come burro sul pane di una volta una genuina patina vintage, a illuminare banalmente il sorriso della santa locandiera (e dolci nipotine annesse, come per rispetto delle quote rosa) e dare luce ambigua all’ambiguo padre-padrone; a imporre, infine e sopra ogni altra cosa, una sottospecie di Walt Kowalski (che ha raggiunto la pace dei sensi) che s’aggira spento e confuso, ombra, anzi fantasma, anzi zombie di sé.
Non gli si vuole male, tutt’altro, ma per questo ruolo è più vecchio di almeno una ventina d’anni. E si vede tutto.
Cry Macho, rodeo dei buoni sentimenti, road-movie dell’anima trapassata, canto noiosamente testamentario, allegoria delle traiettorie nostalgiche laddove la nostalgia è una terra che può esistere solo sullo schermo (di qualche decennio fa), è opera deludente, logora, improponibile.
[suggestioni musicali]
[Things Change... by Dwight Yoakam, il padre texano di Cry Macho]
[Matando Gueros dei Brujeria: ciao gringos!]
[Rooster degli Alice in Chains, giusto per il titolo... ma è sempre un ascolto prezioso]
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