Regia di Abel Ferrara vedi scheda film
Abel Ferrara aveva bisogno di un documentario su se stesso, perché sono almeno 5 anni che i festival selezionano i suoi film che o sono documentari su altro o sono finzione su se stesso e sembravano spasmi di un’anima in pena, non erano neanche più Cinema. Invece con Sportin Life, “documentario sull’atto di fare documentari” dice scherzosamente Ferrara, il confine fra diegetico ed extradiegetico è definitivamente slabbrato e il risultato ha un’efficacia imprevista, cristallina ed estremamente energica. Montato alla maniera di una suite rock anni 70, con spezzoni dei suoi film ed estratti dai tg ai tempi del Coronavirus, è un film con tutte le usuali ossessioni del suo regista, declinate nella loro forma più concreta dopo l’astrazione opposta di Siberia, ma messe nella condizione di comunicare e di non parlarsi addosso: ecco quindi che Willem Dafoe è se stesso, lui è se stesso, e moglie e figlia possono essere se stesse in tenerissimi video amatoriali ripresi col cellulare. A stupire del film è la cadenza pur nel caos: c’è di tutto e in realtà c’è solo l’essenziale, l’amore per la musica, l’incertezza, la dipendenza, ed è tutto compattato in un’orchestrazione amatoriale, sì, inevitabilmente autoreferenziale, ma genuina come non succedeva da Pasolini, e soprattutto con una libertà e una gioia inedita per Ferrara.
Nota speciale per il monologo preso da The Addiction contrappuntato dal controcampo di un Padre Pio sconvolto: è una delle cose più belle, moderne, spiritose e perfette di Venezia 77.
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